SiteLock

Archivi categoria : Artisti

Giovanni Boldini, Sale delle Arti, Reggia di Venaria, Torino








Nell’anno del decimo anniversario dalla sua apertura, inserita nelle Residenze Reali Sabaude nel Patrimonio UNESCO - ventidue edifici in tutto il Piemonte - la Reggia di Venaria,  ospita una straordinaria mostra dedicata a Giovanni Boldini, dal 29 luglio 2017 al 28 gennaio 2018, con oltre 115 opere.
Il fascino femminile, gli abiti sontuosi e fruscianti, la Belle Époque, i salotti: è il travolgente mondo di Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 - Parigi, 1931), genio della pittura che più di ogni altro ha saputo restituire le atmosfere rarefatte di un’epoca straordinaria.
Letteratura e moda, musica e lusso, arte e bistrot  si confondono nel ritmo sensuale del can can e producono una straordinaria rinascita sociale e civile.
Una grande mostra antologica di Giovanni Boldini, sviluppata su un registro narrativo cronologico e tematico al tempo stesso. La mostra, già presentata a Roma, ha una ricca selezione monografica delle opere - di colui che nelle sue opere ha reso ed esaltato la bellezza femminile, svelando l’anima più intima e misteriosa delle nobili dame dell’epoca - si articola seguendo gli anni di attività dell’artista, ma è organizzata in quattro sezioni tematiche fondamentali per capire la parabola espressiva del maestro, arricchita da materiali e filmati sulle grandi dive del cinema muto, come spiega Sergio Gaddi:
"La donna era ancora poco considerata come soggetto protagonista. Il 'rivoluzionario' Boldini le ritrae facendo emergere la loro carica intima e sensuale. E, spesso, facendo arrabbiate i loro ricchi mariti, suoi committenti. È il caso del celebre dipinto di Donna Franca Fiorio del 1901: l'artista dovette rivederlo riducendo la scollatura e allungando la gonna".
Realizzata con il patrocinio della Città di Torino, la mostra ospita nelle Sale delle Arti della Reggia di Venaria, prodotta e organizzata da La Venaria Reale con Arthemisia è curata da Tiziano Panconi e Sergio Gaddi.
La mostra della Reggia di Venaria non si ferma al momento internazionale dell’esperienza creativa di Boldini, che peraltro abbandona presto l’avanguardia italiana dei macchiaioli, ma attraverso alcune importanti opere di confronto presenta anche 26 opere  di artisti a lui contemporanei, quali Cristiano Banti, Vittorio Matteo Corcos, Giuseppe De Nittis, Antonio de La Gandara, Paul-César Helleu, Telemaco Signorini, Ettore Tito, Federigo Zandomeneghi.

 

Le opere - tra cui le celebri La tenda rossa (1904), Signora che legge (1875), Ritratto di signora in bianco con guanti e ventaglio (1889), Signora bruna in abito da sera (1892 ca.), Mademoiselle De Nemidoff (1908) e, ospite d’onore, il capolavoro simbolo della Belle Époque: la grande tela dedicata a Donna Franca Florio, realizzata tra il 1901 ed il 1924 - provengono dai principali musei internazionali quali: il Musée des Beaux-Arts di Tours, Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino, Raccolte Frugone - Villa Grimaldi di Fassio di Genova, Collezioni Artistiche Banca Carige, Galleria d'arte moderna Empedocle Restivo di Palermo, Museo nazionale di Capodimonte e da prestigiose collezioni private difficilmente accessibili.
Oltre 100 capolavori tra olii e pastelli nella mostra Giovanni Boldini. Una raccolta ricca e spettacolare della produzione di Boldini e di altri artisti a lui contemporanei. Sessanta diversi prestatori, sapientemente coordinati in quattro anni di lavoro (questo il tempo di preparazione della mostra) da Tiziano Panconi, autore del catalogo ragionato di Boldini del 2002, e Sergio Gaddi.

 

La ricerca dell’attimo fuggente è, nelle opere di Boldini, cristallizzata nei colori, a olio, pastello o rapidi tratti di matita, e permane nei secoli rinnovando come una Madeleine proustiana il miracolo di riportarci indietro nei giorni incantati della Belle Époque. Giovanni Boldini non è stato solo uno dei protagonisti di quel periodo ineguagliabile o solo il geniale anticipatore della modernità novecentesca ma colui che nelle sue opere ha reso ed esaltato la bellezza femminile, svelando l’anima più intima e misteriosa delle nobili dame dell’epoca, per lui “fragili icone”. Un pulviscolo perfetto, disperso nell’universo della storia, eppure reso immortale: forse per questo Gertrude Stein disse che Boldini sarebbe stato il miglior pittore dell’Ottocento.
Nelle sale della Reggia di Venaria, accanto a capolavori assoluti di Giovanni Boldini e noti al pubblico come gli ormai iconici ritratti di Emiliana Concha de Ossa, Gabrielle de Rasty, solo per citarne alcuni, le ambientazioni cittadine e i nudi: in ognuno di essi c’è la sua immensa energia e inconfondibile potenza espressiva.
L’esposizione ricostruisce passo dopo passo il geniale percorso artistico del grande maestro italo-francese attraverso 4 sezioni: Il soggiorno a Firenze. Poetiche e verismo della luce macchiaiola; I primi anni di Parigi. L'amore per Berthe, il gallerista Goupil e la contessa de Rasty; Uno stile destinato al successo. Il pittore della vita contemporanea e Il fascino Belle Époque. Sensualità e magia del ritratto femminile.


LE SEZIONI

1 - Il soggiorno a Firenze. Poetiche e verismo della luce macchiaiola
L’innata curiosità, ma soprattutto il desiderio di evadere dall’ambiente provinciale quale era ai suoi occhi la Ferrara degli anni sessanta, portano il giovane Boldini ad emigrare alla ricerca di un confronto continuo, di nuove occasioni di ispirazione e di una sua vera dimensione di artista e di uomo. A Firenze partecipa al clima rivoluzionario e risorgimentale dell’epoca e diventa subito amico di Cristiano Banti, Telemaco Signorini, Vito D’Ancona, e poi di Michele Gordigiani, il più affermato ritrattista della Firenze granducale. Sono tutti esponenti di primo piano di quel gruppo di avanguardisti insofferenti come lui alle rigidità dell’accademia, che era appena stato definito dei macchiaioli. Durante questi anni di straordinaria creatività, Boldini studia una solida base luministica della sua successiva cifra pittorica francese. Di grande intensità sono il Ritratto del padre Antonio Boldini  del 1867 ed Il paggio. Giochi col levriero del 1869. La luce potente della macchia, con le sue forti contrapposizioni chiaroscurali, è infatti una sorta di ossatura compositiva sulla quale innesta i successivi aggiornamenti stilistici. I Macchiaioli, già dal 1856, erano infatti impegnati in un ammodernamento della pittura basato sull’osservazione diretta della natura, da rendere nella sua essenzialità espressiva attraverso un largo e potente fraseggio di luci e ombre, restituendo una speciale forza ottica capace di trasmettere verosimiglianza e vitalità al soggetto. Ma a differenza dell’approccio di questi artisti, che si concentrano soprattutto sulla manifestazione della luce nella natura, bilanciando i campi di colore per far durare  il momento dell’osservazione, Boldini percepisce in modo molto più deciso il fascino delle grandi metropoli europee e degli ambienti eleganti, convinto che la sua indole e il suo carattere dovranno necessariamente farlo uscire dalla provincia, portarlo lontano da quel mondo pur importante come Firenze, ma già troppo stretto per le sue ambizioni.

2 - I primi anni di Parigi. L'amore per Berthe, il gallerista Goupil e la contessa de Rasty
I modi naturalmente aristocratici, la vocazione alla mondanità e alla frequentazione degli ambienti altolocati, ma anche le grandi prospettive di carriera e la voglia di ottenere un riconoscimento economico adeguato per il suo lavoro, fanno sì che il fascino dell’ambiente frizzante della Ville Lumière  sia per lui irresistibile.
A Parigi conosce la modella e amante Berthe, ritratta splendidamente in Berthe che legge una dedica su un ventaglio (1878), con la quale avvia una lunga storia d’amore durata più di dieci anni ed inizia una proficua collaborazione con il mercante e gallerista Goupil, il più importante ed internazionale dell’epoca. Superato il periodo della pittura alla maniera settecentesca sostenuta dalle richieste del mercato, come si nota in numerose opere tra le quali il Marchesino a Versailles (1876) e la Signora con ombrellino (o parasole) (1876), lo stile che l’artista esprime nel pieno fulgore dell’esperienza parigina dopo il 1880 non è per nulla artificiale o peggio, superficiale, ma del tutto naturale e contemporaneo. Boldini, infatti, non imita il reale e meno ancora lo riproduce, ma aggiunge vita alla vita. È un pittore classico, nel senso che la sua pennellata veloce o sciabolata  è una rappresentazione della verità e della natura che rifugge l’artificio, ma trova il modo di fermare l’istante. Non è certamente un pittore manierista o accademico, perché il tratto dell’innovazione è deciso, non c’è traccia di imitazione.
La sua spiccata libertà di spirito gli permette, infatti, pur vivendo a Parigi, di riuscire a stare al di fuori delle seduzioni impressioniste così come, durante il periodo toscano, riesce a non farsi mai coinvolgere pienamente dalla logica espressiva dei macchiaioli.
Il periodo della giovinezza parigina di Boldini è caratterizzato anche dall’incontro con un’altra donna, la Contessa Gabrielle de Rasty, che rappresenta per lui l’opportunità d’inserimento nell’ambiente aristocratico parigino. Moglie del Conte Constantin de Rasty, Gabrielle conosce Boldini nel 1874 e intreccia con lui un’intensa relazione sentimentale destinata a durare per anni, testimoniata dalle opere La contessa de Rasty coricata e La contessa de Rasty a letto, entrambe del 1880.

3 - Uno stile destinato al successo. Il pittore della vita contemporanea
Giovanni Boldini
coglie la dinamica della rappresentazione istantanea, della scintilla di vita irripetibile e fugace, ma a differenza dello stile en plein air  degli impressionisti predilige l’interno dello studio e la ricerca della mobilità della bellezza letta nella dinamica della città. A partire dagli anni ottanta dell’Ottocento si comprende che una potente rivoluzione è imminente, e che un ruolo chiave potrà essere giocato da chi deciderà di farlo, dalla nuova classe che avrà coraggio, ambizione e voglia di fare. Comincia a farsi strada l’idea che il futuro non sia più una conseguenza dinastica, ma appartenga a chi è in grado di costruirlo. Produzione e consumo diventano gli architravi di un benessere raggiungibile e non più alla portata esclusiva di una ristretta élite , ma di chiunque voglia accettare la sfida del lavoro. Boldini è affascinato dai riti urbani alimentati dalla forza della storia che sta costruendo il mito del progresso e della scienza. Con il quadro Corse a Longchamp (1890) sembra anticipare il Futurismo, e allo stesso tempo coglie alla perfezione il motivo del vero, perché la sua pittura è basata su una velocità d’esecuzione più caratterizzata rispetto a quella degli impressionisti, in quanto giocata soprattutto sulla figura umana, sulla donna che viene sottratta alla quotidianità alla quale era stata destinata dal realismo per essere trasfigurata in una condizione regale, di divinità terrena basata sulla bellezza, come nel bellissimo pastello Ritratto di signora in bianco con guanti e ventaglio (1889). Crescono e si sviluppano il progresso economico, la socialità che diventa valore, il teatro, i salotti letterari, la necessità di incontrarsi per condividere un approccio mondano, che significa anche tessere rapporti, stringere alleanze, esibire uno stile di vita agiato da parte di una classe non più emergente, ma già affermata.

4 - Il fascino Belle Époque. Sensualità e magia del ritratto femminile
Il XX secolo si apre per Boldini all’insegna del successo internazionale, già sancito dalla mostra tenuta a New York nel 1897 che lo vede all’apice dell’apprezzamento per la sua abilità di ritrattista. Le donne di Boldini, ritratte in tutto il loro splendore di vita mondana e abbigliate con eleganza secondo la moda dell’epoca, sono sorridenti e palpitanti di vita. Il lusso che traspare dalle loro mises  ben si coniuga con le feste sfarzose, con il divertimento salottiero e con un’idea di leggerezza e spensieratezza, consolidando l’immaginario e la visione di un’epoca gioiosa. Nella stagione  della Belle Époque l’arte celebra il mito della femme fatale, della donna di charme, che nutrirà a lungo l’immaginario artistico fino a incidere profondamente anche nelle avanguardie novecentesche. Negli innumerevoli ritratti delle “divine”, tra le tante il Ritratto di Josefina Alverar de Errázuriz (1892), che animano il bel mondo della Ville Lumière, Boldini riesce a sublimare l’essenza dell’eterno femminino, alimentato da schiere di splendide donne desiderose di essere trasfigurate dalla magia magnetica dell’italiano di Parigi. C’è sempre qualcosa di conturbante nella donna di Boldini, e sembra che anche le modelle più algide e aristocratiche abbiano in realtà l’inconfessabile desiderio che la pittura sveli o lasci almeno intravedere la parte più intima della loro personalità, la zona d’ombra legata alle passioni più vere e laceranti. L’artista gioca sulle corde della sensibilità femminile, ma non si limita alla riproduzione della bellezza, indugiando piuttosto sulla consapevolezza di un ruolo, dove la femminilità possa essere esibita con una maggiore libertà espressiva. Il fascino della sensualità è esaltato anche dall’abbigliamento, e la donna, che si libera dai corsetti ingabbianti degli anni precedenti, privilegia gli abiti che ne possano valorizzare la figura e svelarne generosamente le grazie. È il caso dello straordinario ritratto Mademoiselle De Nemidoff (1908); esposto al Salon, rivela la personalità forte e volitiva della famosa cantante dell’Opéra di Parigi, delineata con la consueta capacità d’introspezione psicologica che rende i ritratti di Boldini assolutamente unici. Fasciata nel lungo abito nero che lascia scoperte le spalle bianche, Mademoiselle De Nemidoff è elegantissima e sinuosa, in una posa dinamica che pare anticipare un movimento serpentino. I nuovi abiti celebrano la rinnovata snellezza dei corpi e risultano adeguati alle molteplici attività e libertà che, in rottura rispetto al passato, non sono più precluse alle donne. In questo delicato e controverso passaggio dell’emancipazione femminile, la moda acquisisce le sembianze di uno specchio della società: uno specchio ricco di seduzioni per l’arte. Tuttavia, queste immagini di joie de vivre sembrano decontestualizzarsi dal periodo a cui sono riferite, già agli albori della guerra mondiale, e sembrano suggerire quanto la vita legata al “bel mondo” sia di fatto distante dagli accadimenti tragici che stanno per sconvolgere l’umanità, collocandole in un’atmosfera forse privilegiata, che rimane tuttavia ai margini della storia, suggerendo il segno d’incubazione di un’imminente decadenza non ancora percepita.

Le lettere inedite
Un importante capitolo del catalogo edito da Skira è dedicato alla pubblicazione di una quarantina di lettere inedite di Boldini, portate alla luce da Loredana Angiolino e Tiziano Panconi, curatore e presidente del Comitato scientifico, di cui fanno parte la stessa Angiolino, Beatrice Avanzi (curatrice del Museo d’Orsay), Sergio Gaddi, Leonardo Ghiglia e Marina Mattei (curatrice dei Musei Capitolini). Si tratta, nella quasi totalità, di un rilevante numero di lettere che Boldini, in veste di Presidente della commissione d’arte per la sezione italiana alla Esposizione Universale di Parigi del 1889, invia a Telemaco Signorini a Firenze. Questi, dietro richiesta di Boldini, svolge il delicato compito di scegliere e mandare a Parigi le opere degli artisti toscani partecipanti alla manifestazione. Sono scaglionate nel tempo, per un periodo che va dal febbraio all’aprile del 1889 e riguardano la preparazione dell’esposizione che si apre il 6 maggio 1889. In esse si ravvisa l’impegno costante dei due amici che collaborano per la riuscita dell’evento: la scelta delle opere, le pratiche legate al loro trasferimento dall’Italia in Francia, la sistemazione nelle sale e il superamento dei tanti problemi che sorgono nel corso del tempo. Le lettere contengono anche diversi aspetti privati o professionali come i commenti sui colleghi, le diatribe in ambito artistico e sono venate, specialmente quelle di Boldini, d’ironia e sagacia. Nel catalogo sono riprodotti 4 schizzi inediti di Boldini, realizzati in diverse occasioni tra il 1906 e il 1921.

Ambientazione liberty
La mostra è arricchita con oggetti e mobili in stile Liberty che daranno la suggestione delle affascinanti case del primo novecento, gentilmente prestate dalla Fondazione Arte Nova, con arredi di artisti come Gallé o Majorelle, e oggetti “à la mode”, dell’École de Nancy o dell’area austro-tedesca, dove l’Art Nouveau si declina in Jugendstil. Oggetti e arredi diventano il simbolo concreto della nuova interpretazione dell’eleganza femminile. La libertà e l’emancipazione si trova negli spettacoli, nella rappresentazione dei moderni “interior designers”, sulle riviste e per finire nella musica: questi sono gli anni in cui, chi può, trascorre il giorno in preparazione della serata, nei saloni o nei teatri, la musica è fondamentale, come arte e cibo. Il compositore più in voga nei salotti mondani parigini era senz’altro Reynaldo Hahn, definito “le roi des salons”. La sua musica affascinante, al pari di grandi maestri come Fauré, Massenet, Debussy, Dubois o Vierne, è spesso arricchita da copertine illustrate con motivi floreali: iris, ninfee, papaveri, glicini, cardi e foglie di castagno crescono sui vasi, nei mobili, e anche con la musica.

 

In parallelo, il visitatore potrà rivivere la magica atmosfera del tramonto della Belle Époque, attraverso i brani di film muti degli anni ’10, proiettati in mostra grazie al generoso prestito del Museo Nazionale del Cinema e dell’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa-Centro Sperimentale di Cinematografia. Sono film in cui le grandi star dominano la scena, a volte sfoggiando toilettes vertiginose da inquiete maliarde, che ne fanno sculture animate in un paesaggio tra Gabriele D'Annunzio, Guido Gozzano e Annie Vivanti; a volte indossando abitini dimessi che conferiscono ai ruoli popolareschi di Francesca Bertini un'intensità alla Anna Magnani, che fanno pendent col naturalismo d'appendice di Carolina Invernizio. Una galleria di ritratti fotografici delle Divine che dialogano con i quadri di Boldini, sintetizzato, come in un “trailer” che suggerisse l'atmosfera del racconto, un montaggio di sequenze tratte da tre capolavori degli anni Dieci: Ma l'amor mio non muore di Mario Caserini (1913) con Lyda Borelli e Mario Bonnard; La signora dalle camelie di Gustavo Serena (1915) con Francesca Bertini e G. Serena, Tigre reale di Giovanni Pastrone (1916), con Pina Menichelli, Alberto Nepoti e Febo Mari.


Giovanni Boldini
Sale delle Arti

Reggia di Venaria
Dal 29 luglio 2017 al 28 gennaio 2018
A cura di: Tiziano Panconi e Sergio Gaddi
Patrocinio: Città di Torino
Prodotta e organizzata con Arthemisia
Sponsor: Generali Italia
Hotel Partner: AtaHotels
Media Coverage: Sky Arte HD
Progetto allestimento: Giovanni Tironi
Allestimento:T agi2000
Grafica in mostra e immagine coordinata: Angela Scatigna
Progetto illuminotecnico: Studio Quintiliani Murano
Catalogo: Giovanni Boldini Genio e pittura, a cura di Tiziano Panconi e Sergio Gaddi; Skira / Arthemisia, 22 x 28 cm, 288 pagine, 238 colori e b/n, cartonato, ISBN 978-88-572-3698-8, € 39,00
Audioguide: Antenna International
Offerta didattica a cura di: Coopculture
Biglietti: intero € 14; ridotto € 12, maggiori di 65 anni e quanti previsti da Gratuiti e Ridotti) giornalisti con regolare tessera dell'Ordine Nazionale (professionisti, praticanti, pubblicisti); dipendenti, agenti e subagenti Generali muniti di badge, clienti Generali muniti di Dem nominale accompagnata da documento di identità, per ulteriori riduzioni consultare il sito www.lavenaria.it.; Ridotto gruppi € 12,00 gruppi di min. 12 persone; Ridotto ragazzi dai 6 ai 20 anni - Universitari under 26 € 8,00; Ridotto Scuole € 4,00
Le biglietterie chiudono 1 ora prima.
Orari: Fino al 27 agosto 2017: Lunedì: giorno di chiusura · martedì, mercoledì e giovedì: dalle ore 10 alle ore 17 . venerdì e sabato: dalle ore 10 alle ore 19.00 · domenica e festivi: dalle ore 10 alle 19.30 . aperture serali Sere d’estate + tutte le mostre in corso: venerdì e sabato dalle ore 19.00 alle 23.30
Dal 29 agosto all’8 ottobre 2017: Lunedì: giorno di chiusura · da martedì a venerdì: dalle ore 10 alle ore 18 · sabato, domenica e festivi: dalle ore 10 alle ore 19.30
Dal 10 ottobre 2017: Lunedì: giorno di chiusura . da martedì a venerdì: dalle ore 9 alle ore 17 . sabati, domenica e festivi: dalle ore 9 alle ore 19.30
Audioguide:  € 5,00

Visite guidate: (prenotazione obbligatoria, gruppi max 25 persone, microfonaggio obbligatorio per gruppi e scuole secondarie di I e II grado); Gruppi € 80,00; Scuole € 60,00 (scuole primarie e secondarie di I e II grado)
Visita guidata + attività: € 90,00 (scuole primarie)

Microfonaggio obbligatorio: (per gruppi e scuole secondarie di I e II grado); Gruppi € 30,00; Scuole € 15,00
Informazioni e prenotazioni: Tel. +39 011 4992333 - www.lavenaria.it
Informazioni e prenotazioni scuole: Tel. +39 011 4992355
Centro studi catalogazione e archiviazione opere di Giovannni Boldini e dei Macchiaioli:www.museoboldinimacchiaioli.com
Generali Italia: Emanuela Vecchiet, Responsabile Corporate Identity & Media Relations - T. +39 040 671577 - M. +39 3315785946 - emanuela.vecchiet@generali.com; Renato Agalliu, Media Relations - Ufficio Stampa - M. +39 3281480555 - T. 026296422 - renato.agalliu@generali.com - www.generali.it

Fondazione Arte Nova: Tel. / Fax +39 0125 711298 - http://www.fondazioneartenova.org
Uffici Stampa: ARTHEMISIA - Adele Della Sala - ads@arthemisia.it - M. +39 345 7503572 - Tel. +39 06 69380306 (int. 288); Anastasia Marsella - am@arthemisia.it - M. +39 370 3145551 - Tel. +39 06 69380306 (int. 131); Salvatore Macaluso - sam@arthemisia.it - M. +39 392 4325883 - Tel. +39 06 69380306 (int. 332); Barbara Notaro Dietrich - b.notarodietrich@gmail.com - M. +39 348 7946585
LA VENARIA REALE: press@lavenariareale.it - Tel. +39 011 4992300 Andrea Scaringella (Responsabile); Matteo Fagiano; Cristina Negus
SKIRA. lucia@luciacrespi.it - T. +39 02 89415532

Reggia di Venaria
10078 Venaria Reale 
Torino

 

Condividi su:

Betto Lotti “Paesaggi lombardi luoghi dello spirito”, Spazio Eventi di Regione Lombardia, Palazzo Pirelli, Milano


Inaugurata con grande successo e affluenza di pubblico la mostra personale di Betto Lotti "Paesaggi lombardi luoghi dello spirito", presentata da Philippe Daverio e curata da Daniele Lotti e Lauretta Scicchitano.
L'esposizione rimarrà  
eccezionalmente aperta domenica 30 luglio, dalle ore 10 alle 18, presso lo Spazio Eventi di Regione Lombardia del Grattacielo Pirelli a Milano e, per l'occasione, saranno presenti i curatori. 

Il ricco percorso espositivo descrive l'attività artistica di Betto Lotti (1894 - 1977) attraverso oltre 70 lavori, opere pittoriche, acquerelli, carboncini, incisioni, datati fra il 1911 e il 1973, che evidenziano come nella sua pittura abbia privilegiato il tema del paesaggio, degli spazi aperti e descritto con una visione poetica i luoghi a lui molto cari, i paesaggi lombardi.
La mostra si apre con un nucleo di opere realizzate fra il 1911 e 1914, prevalentemente a carboncino, oltre a Le anime (1913) unico dipinto a olio rimasto del suddetto periodo. Sono questi gli anni in cui l'artista nel corso dell'Accademia, stringe una forte amicizia con Ottone Rosai, con il quale al termine degli studi realizza diverse esposizioni. Lo spazio successivo è incentrato sull'attività  incisoria, a cui Lotti si dedica per molto tempo, e che vede l'artista soffermarsi su temi e soggetti differenti, sia su scene di vita quotidiana legata al lavoro come Nel cantiere (1918) o La Grande Fornace (1913), sia su situazioni disimpegnate come La Taverna (1913). Che si tratti di acqueforti o di litografie, il segno è netto, secco, molto preciso e nitido, i volumi sono robusti, le linee eleganti e l'uso del chiaroscuro estremamente armonico. Accanto a questi lavori sono inoltre esposti alcuni bozzetti disegnati in trincea e durante la reclusione nel campo di concentramento austriaco di Sigmundsheberg, nel corso della prima guerra mondiale.
La sezione seguente è riservata agli anni '20 e '30, in questo lasso di tempo emerge la forte vena di illustratore e cartellonista, che vede Lotti coinvolto in collaborazioni in Italia e all'estero. Con rimandi al simbolismo e all'espressionismo, molto originali e di impatto, anche grazie alle cromie vivaci oltre al tratto ben definito sono La dame poussé par le vent (1925), l'illustrazione per la casa musicale Saporetti e Cappelli (1925) e Lotti Clown (1925) il poster che gli ha conferito notorietà  internazionale. 
Il percorso prosegue con un avvenimento importante nella vita dell'artista, il trasferimento di cattedra in Lombardia, inizialmente a Stradella e poi a Como, con le prime testimonianze legate a soggetti della realtà regionale fra cui si ricordano gli acquerelli In risaia (1934), Lago di Como (1940) e Barche sul lago di Garda (1957); temi che ritornano anche nei disegni e nelle chine di quegli anni come in Cantieri a Milano (1952) e in La Portatrice (1961). 
Queste opere preannunciano il cuore dell'esposizione, ovvero la sala dedicata alle tele dei paesaggi lombardi tutte realizzate ad olio. Caratterizzati da una forte legame con la natura, con la realtà  che lo circonda e in stretta connessione con il movimento del Novecento, che prediligeva purezza delle forme e armonia nella composizione, questi lavori sono anche carichi di spiritualità  e pervasi da un'atmosfera malinconica, legata al ricordo di un passato vissuto in Liguria e in Toscana. Dell'area lombarda vengono descritti i luoghi nelle differenti sfaccettature, ma anche i colori, il mutare della luce nelle varie ore del giorno, le persone, i lavori e le abitudini e ne emerge un racconto completo ed esaustivo. Nelle sue vedute, in cui si scorge un costante equilibrio compositivo, emergono, immersi in un'atmosfera silenziosa e solenne, gli elementi essenziali del paesaggio, raffigurati con colori tenui e luci soffuse.
Pennellate morbide e sfumate, toni delicati descrivono una scena di vita quotidiana, legata alla vita semplice e rurale nella tela Le Mondine (1952), dove quattro donne sono chine nella naturale gestualità del loro lavoro nelle risaie. L'essenzialità  delle rappresentazioni, degli elementi architettonici e naturalistici come si può osservare in Rustici al sole (1957), Autunno (1962), Brianza (1963) e Periferia (1967) mettono in luce gli stretti legami di Lotti con i maestri Carrà, Soffici, Rosai, De Pisis. Tuttavia la sua opera si contraddistingue per un timbro personale, con una grande attenzione volta a scandire gli spazi, a studiare i volumi e alla stesura del colore. I suoi paesaggi, pregni di lirismo romantico, descritti in maniera nitida e reale traducono sulla tela bellezze e vibrazioni naturali celate e svelano inoltre il vissuto dell'artista, l'aspetto emotivo, mentale e la forte spiritualità . 
Conclude la mostra una sezione legata ai lavori degli anni '70, caratterizzati da una pittura più asciutta ed essenziale, influenzata dai canoni dell'astrattismo geometrico e dall'amicizia con il gruppo degli astrattisti comaschi e milanesi.
Accompagna l'esposizione un catalogo in italiano e inglese con testo critico di Philippe Daverio, a cura di Daniele Lotti e Lauretta Scicchitano, edito da Studio Bolzani.

Betto Lotti (1894 - 1977) nasce a Taggia (Imperia), frequenta il Liceo Artistico a Venezia e si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Firenze dove stringe amicizia con Ottone Rosai. Ultimati gli studi, prosegue l'attività  artistica: carboncino, pittura a olio, acquerello e incisione sono le tecniche che predilige. Frequenta artisti come Carrà , Soffici, Papini, Campana con i quali condivide anni di grande fervore culturale ed artistico. 
Lotti già  dalle prime collettive di acqueforti mostra una precoce inclinazione naturale a questa tecnica e ottiene importanti riconoscimenti; nel 1913 a Firenze, in occasione della prima mostra personale con Rosai, i due artisti ricevono grandi apprezzamenti da parte di Marinetti, Boccioni, Carrà , Papini e Soffici.
Durante la Prima Guerra Mondiale viene internato in un campo di concentramento in Austria dove continua a dipingere. Nel 1918 torna a Firenze e frequenta il vivace ambiente artistico dello storico caffè delle Giubbe Rosse. In questi anni Lotti avvia una proficua attività di giornalista, illustratore e cartellonista in Italia e all'estero. Nel 1936 vince la cattedra di disegno a Como dove si trasferisce con la famiglia. Dal 1940 Lotti conferma la sua adesione al movimento artistico italiano del Novecento e si dedica prevalentemente alla pittura ad olio. 
Partecipa a mostre collettive e personali in sedi istituzionali e private ed è considerato una personalità di rilievo nel panorama artistico. 
Nella sua carriera ottiene riconoscimenti e premi, le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private. Su di lui sono stati pubblicati numerosi articoli, cataloghi e testi critici, fra cui si ricordano quelli di Luciano Caramel, Raffaele De Grada e Elena Pontiggia.


Betto Lotti: Paesaggi lombardi luoghi dello spirito
A cura di: Daniele Lotti e Lauretta Scicchitano
Presentata da: Philippe Daverio 
Catalogo italiano/inglese, con testo critico di Philippe Daverio, edito da Studio Bolzani
Orari dal lunedì al giovedì ore 9-12.30 e 14-17.30 | venerdì ore 9-13 
Apertura straordinaria domenica 30 luglio, ore 10-18 - presenti i curatori 
Ingresso: libero
Informazioniinfo@lottiart.it - mob. 338 7276041
Ufficio stampa mostra: IBC Irma Bianchi Communication - Tel. +39 02 8940 4694 -
M. + 39 328 5910857 - info@irmabianchi.it

Grattacielo Pirelli
Spazio Eventi di Regione Lombardia
Via Fabio Filzi 22
Milano

Condividi su:

Carlo Ramous: Scultura, Architettura, Città, Triennale di Milano

"Con l'acciaio è possibile fare più o meno tutto, avendo anche il grosso vantaggio che, a differenza ad esempio della terracotta, del legno e dello stesso marmo, l'acciaio inossidabile rimane per sempre qual è. Quindi il pensare, mentre lavori, che stai facendo una cosa che resterà così com'è anche tra cinquecento anni, in un certo senso è di stimolo e direi, di conforto anche dal punto di vista psicologico."
Carlo Ramous


La Triennale di Milano ospita dal 12 luglio al 17 settembre la prima grande retrospettiva dedicata a Carlo Ramous (Milano, 2 giugno 1926 – 16 novembre 2003), protagonista dimenticato della scultura italiana del secondo Novecento che ha attraversato in pieno le fasi cruciali dell’arte moderna approdando, all’inizio degli anni Settanta, alla dimensione dell’opera d’arte ambientale.
Una mostra bellissima che riporta in luce un grande artista. Una mostra allestita in modo impeccabile da Luca Pietro Nicoletti e Fulvio Irace ci restituisce la creatività di un grande scultore che con i suoi interventi scultorei ha reso la forma danzante delle linee che senza basamento si intrecciano con lo spazio. Le fotografie bellissime di Enrico Cattaneo  fanno da cornice sostanziale a sculture e bozzetti.

Dopo una serie di operazioni che hanno portato al recupero e al restauro di un significativo nucleo di grandi sculture, in parte collocate in luoghi pubblici milanesi, questa mostra propone un affondo nell’intero percorso artistico di Ramous, mostrando tutti i passaggi della sua evoluzione stilistica e poetica: dal proficuo sodalizio con architetti e progettisti, che gli consentirono di realizzare, già nella seconda metà degli anni Cinquanta, alcuni significativi interventi scultorei applicati all’architettura religiosa e industriale, all’articolata concezione ambientale della scultura degli anni Settanta, dove abbandona le precedenti ricerche sul segno e sulla materia per dare respiro a forme geometriche che si articolano nello spazio con ardito calcolo degli equilibri. Riflettendo sui volumi plastici secondo idee già futuriste, Ramous concepisce la scultura come forma pronta a staccarsi da terra per librarsi nello spazio.
Come scrive Giuseppe Marchiori nel 1973, "I netti profili delle scultura di Ramous […] devono disegnarsi in uno spazio ampio: per esempio nello spazio del “paesaggio” urbano. Esiste un singolare rapporto tra queste “sigle” monumentali e lo sfondo anonimo delle periferie cittadine".
In mostra, oltre a disegni, dipinti e bozzetti preparatori, sei grandi sculture di dimensioni ambientali - tra cui Timpano e Continuità, collocate rispettivamente nel 2013 nel giardino della Triennale e nel 2017 nel Parco dell’arte dell’Idroscalo di Milano - che introducono la visita, una selezione di sculture che copre un arco temporale che va dalla metà degli anni Cinquanta agli anni Novanta e un’importante sezione dedicata ai rapporti di Ramous con gli architetti, che hanno dato vita alle facciate di Santa Marcellina e San Giovanni Bosco e allo stabilimento di Blois.

Il catalogo, edito da Silvana Editoriale, con testi di Fulvio Irace, Luca Pietro Nicoletti, Antonella Ranaldi, Francesco Tedeschi e Walter Patscheider, verrà presentato in occasione della proclamazione del vincitore del concorso fotografico indetto dal Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo per promuovere la conoscenza del lavoro di Carlo Ramous.
Il Museo di Fotografia Contemporanea, in collaborazione con la Triennale di
Milano, ha proposto un concorso fotografico per promuovere la conoscenza del
lavoro di Carlo Ramous, in occasione della grande retrospettiva a lui dedicata, con
l’obiettivo di stimolare l’interpretazione creativa delle opere a scala urbana di
questo importante scultore del Novecento.
Il concorso ha interessato principalmente gli studenti delle scuole di Milano e
provincia nelle quali è presente l’insegnamento della fotografia; ai concorrenti è
stata richiesta l’elaborazione di un progetto fotografico che interpretasse una o
più opere di Carlo Ramous.
La giuria, composta da esperti di fotografia, arte contemporanea e comunicazione
visiva ha individuato il progetto vincitore (3x4 di Fausta Riva) e le tre menzioni
speciali (Tra materia e forma di Leonardo Sassi, Soggezione di Alessandra
Tardanico, Paesaggi urbani di Zoe Arcangeli), ora esposti nella mostra Carlo
Ramous Scultura Architettura Città e pubblicati nel relativo catalogo.
Il concorso prosegue aperto a tutti su Instagram fino al 14 settembre. È possibile
pubblicare i propri scatti delle opere di Ramous con gli hashtag #scultura,
#fotografia, #carloramous e il tag @mufoco.








Caro Walter,
la presenza di Carlo Ramous alla Triennale di Milano tocca diversi decenni e si materializza sia dal punto di vista prettamente artistico con l’esposizione delle sue opere, sia dal punto di vista della partecipazione e della programmazione culturale in qualità di membro del direttivo Centro Studi per molti anni.
La sua prima partecipazione risale alla X Triennale del 1954 nella Mostra merceologica - Sezione C - con una scultura in terracotta Donna che si pettina, h.170 cm, esecuzione Richard-Ginori, documentata nell’archivio fotografico. Sia il soggetto sia la tipologia plastica ricordano la successiva Grande donna seduta dello stesso autore, attualmente collocata in una nicchia nel foyer del Teatro dell’Arte.
Nella XII Triennale del 1960 troviamo la sua opera Ballata del plenilunio all’interno del percorso nel Parco della Triennale, nell’area di accesso all’esposizione internazionale. Nella stessa edizione della Triennale collabora con la commissione della Mostra delle Opere Intrasportabili - opere d’arte inserite nell’architettura nel reperimento delle opere per la mostra.
Nella successiva XIII Triennale del 1964 Ramous è membro del Centro Studi nella grande esposizione dedicata al Tempo Libero e in questa edizione realizza la decorazione a bassorilievo di una scala interna di collegamento, realizzata dagli architetti Carlo Bassi e Goffredo Boschetti. La scala presenta dei bassorilievi in cemento ed è ancora in parte visibile alle spalle dell’attuale Bookstore.
Durante i lavori preparatori della XIV Triennale del 1968, in seguito occupata il giorno stesso dell’inaugurazione, Ramous si trova membro della commissione per le linee programmatiche insieme a Marco Zanuso, Alberto Rosselli, Giancarlo De Carlo, Albe Steiner, Pasquale Morino e Aldo Rossi già dal 1966. La commissione ha il compito di sottoporre al Consiglio di Amministrazione la rosa dei nomi della Giunta Esecutiva e il programma della manifestazione. In seguito Ramous si sentirà tradito dal rifiuto della Giunta di inserire mostre d’arte nella Triennale e presenterà le sue dimissioni da membro della commissione.
Il suo contributo appare però evidente nell’intervento della Triennale nel centro storico di Pavia eseguito sempre per la XIV Triennale, con la realizzazione di una trasformazione estetica del centro cittadino, inserendo opere d’arte, esaltando aspetti cromatici sulla facciate delle case, rendendo gli stessi cittadini partecipi del cambiamento.
A distanza di quasi 45 anni Ramous torna da artista protagonista nel Palazzo dell’Arte, in occasione degli 80 anni della Triennale nel 2013 con la donazione della sua opera Grande donna seduta realizzata nel 1955 in cotto refrattario, e con le successive pose temporanee nel parco della Triennale delle grandi sculture degli anni ’70 Arco, Timpano e Continuità. Il titolo di quest’opera sembra essere il leit-motiv del rapporto tra Ramous e Triennale, un rapporto mai mancato nel tempo che ha avuto momenti di confronto aspro, ma che si è sempre dimostrato fondamentale per la visibilità internazionale dello scultore milanese.
Il Museo di Fotografia Contemporanea, in collaborazione con la Triennale di
Milano, ha proposto un concorso fotografico per promuovere la conoscenza del
lavoro di Carlo Ramous, in occasione della grande retrospettiva a lui dedicata, con
l’obiettivo di stimolare l’interpretazione creativa delle opere a scala urbana di
questo importante scultore del Novecento.
Il concorso ha interessato principalmente gli studenti delle scuole di Milano e
provincia nelle quali è presente l’insegnamento della fotografia; ai concorrenti è
stata richiesta l’elaborazione di un progetto fotografico che interpretasse una o
più opere di Carlo Ramous.
La giuria, composta da esperti di fotografia, arte contemporanea e comunicazione
visiva ha individuato il progetto vincitore (3x4 di Fausta Riva) e le tre menzioni
speciali (Tra materia e forma di Leonardo Sassi, Soggezione di Alessandra
Tardanico, Paesaggi urbani di Zoe Arcangeli), ora esposti nella mostra Carlo
Ramous Scultura Architettura Città e pubblicati nel relativo catalogo.
Il concorso prosegue aperto a tutti su Instagram fino al 14 settembre. È possibile
pubblicare i propri scatti delle opere di Ramous con gli hashtag #scultura,
#fotografia, #carloramous e il tag @mufoco.

Claudio De Albertis, Milano, 2015

"Alla Galleria Blu, che ha aperto la sua nuova sede in via Senato, ha fatto la sua ricomparsa uno degli scultori più seri delle ultime generazioni: Carlo Ramous.
È questi un artista che opera in silenzio, che non apre polemiche, che non alza barricate. È più conosciuto e stimato all'estero che non da noi, per il ben noto fenomeno. Partito dal figurativo è giunto a una forma di espressione che non ha più nessun rapporto con il mondo naturale della rappresentazione. Almeno in apparenza. Diciamo in apparenza perché le forme che lui presenta stanno dentro al naturale. Senza prepotenza, a loro perfetto agio. Sono forme di una rara eleganza, composite, che si sorreggono per agglomerati, per strutture sovrapposte, organismi, come dice Valsecchi nella prefazione. Sono sculture che hanno bisogno di vivere all'aria aperta, in una piazza, in un prato, alle soglie di un bosco.
"
Garibaldo Marussi, Le Arti, N. 3, marzo 1968

Carlo Ramous, collezione privata

Carlo Ramous nasce a Milano nel 1926; frequenta il Liceo Artistico presso
l'Accademia di Belle Arti di Bologna, per poi continuare gli studi presso
l'Accademia di Brera con Marino Marini e Giacomo Manzù, dove espone per la
prima volta un’opera nel 1946. La serie delle mostre personali di rilievo, tuttavia,
comincia più tardi, con mostre importanti presso la Galleria del Milione di Milano
(1956), la Galleria del Cavallino di Venezia (1962) la Galleira Jolas (1971). Risale
al 1962 la sua prima partecipazione con un gruppo di opere alla Biennale di
Venezia, dove viene presentato da Gillo Dorfles. Vi tornerà dieci anni più tardi
(1972) con una sala all’interno della rassegna Aspetti della scultura
contemporanea, con uno stile completamente mutato. Frattanto, mentre la critica
più attenta, sia in Italia sia all’estero, scrive del suo lavoro (Giuseppe Marchiori,
Giovanni Carandente, Guido Ballo, Enrico Crispolti, Herta Wescher, Marco
Valsecchi, Garibaldo Marussi), Ramous avvia una importante collaborazione con l’architetto Mario Tedeschi, che porta alla realizzazione delle facciate a rilievo per le chiese di Santa Marcellina a Milano e San Giovanni Bosco a Baggio, inizio di una lunga collaborazione con architetti e progettisti ben rappresentata dal monumentale intervento sullo stabilimento tipografico di Cino Del Duca progettato da Tullio Patscheider a Blois. Al contempo, la sua scultura assume presto una importante dimensione urbana, ben rappresentata dalle grandi mostre di sculture all’aperto nel centro storico di Parma nel 1972 e in Piazzetta Reale a Milano nel 1973. Una delle opere esposte allora, Gesto per la libertà, nel 1981 troverà collocazione in piazza Conciliazione a Milano, primo di una serie di monumenti collocati dall’artista in Italia e all’estero, fino alla realizzazione di Ad astra nel Chou Park a Chiba City, in Giappone (1992).
Muore a Milano nel 2003.


Carlo Ramous: Scultura, Architettura, Città 
A cura di: Fulvio Irace e Luca Pietro Nicoletti
Dal 12 luglio al 17 settembre 2017
Orari: Martedì - Domenica 10.30 - 20.30; Lunedì chiuso, La biglietteria chiude un'ora prima delle mostre
Ingresso: libero
Uffici Stampa: Antea, anteapress@gmail.com
La Triennale di Milano, Comunicazione istituzionale e Relazioni Media - tel. 02 72434247 - press@triennale.org

Triennale di Milano
Viale Alemagna 6
20121 Milano
T. +39 02 724341 - www.triennale.org

Condividi su:

Giancarlo Vitali: Timeout, Palazzo Reale, Castello Sforzesco, Casa Manzoni, Museo di Storia Naturale, Milano

Il Comune di Milano - Cultura dedica a Giancarlo Vitali (Bellano, 1929) un grande progetto espositivo su più sedi  che ha il suo cuore a Palazzo Reale con la prima grande antologica  di un maestro del Novecento italiano. 
Promosso e prodotto dal Comune di Milano - Cultura, Palazzo Reale, Castello Sforzesco, Museo di Storia Naturale, Casa del Manzoni e ArchiViVitali
Giancarlo Vitali. Time Out”  è curato da Velasco Vitali, figlio di Giancarlo e artista egli stesso, e coinvolge quattro sedi espositive milanesi: a ciascuna il compito di raccontare la poetica di Vitali da un punto di vista differente.
TIME OUT, gioco fermo o tempo sospeso Il titolo del progetto, che racchiude tutti i percorsi espositivi in città, richiama quel momento di sospensione necessario per misurare i valori in campo e il ritmo delle cose, per ri-vedere, come accade all’artista nell’istante in cui si ferma davanti alla tela. "Time Out" è il tempo della pittura di Giancarlo Vitali anche da un punto di vista storico-artistico.
La sua costante posizione "fuori dal coro" l’ha collocato tra gli outsider del sistema dell'arte. Sempre consapevole della storia da cui la sua pittura proviene, e al tempo stesso indifferente alle sirene delle mode, Vitali per settant’anni ha avuto come unico fine e scopo quello di dipingere. “Ultimo pittore” viene, infatti, definito dalla critica. La sua opera è ricchissima e comprende dipinti, disegni e incisioni. Giancarlo Vitali non ha mai fatto distinzione tra una tela e una lastra di rame, tra un foglio o un supporto “trovato”, come lo sportello di un armadio per esempio, tutto è buono per dipingere. Il senso della sua identità di artista va ricercato nel territorio in cui ha vissuto e lavorato.
Nato a Bellano sul lago di Como ottantasette anni fa, Vitali è orgogliosamente e ostinatamente locale, ed è proprio questa l’origine della sua universalità di artista. Scrive in proposito Mario Botta: “Gli anticorpi maturati dentro la sua terra, seguendo null’altro che la propria vocazione, gli permettono un disincanto etico rispetto alle contraddizioni proprie dell’uomo di oggi”.
Autodidatta per necessità - rinuncia a una borsa di studio all’Accademia di Brera per impossibilità di mantenersi fuori casa - Giancarlo Vitali approfondisce la conoscenza dei pittori della generazione nata a cavallo del Novecento: nel percorso espositivo di Palazzo Reale, infatti, una sala è dedicata proprio al dialogo con Giorgio De Chirico metafisico e degli autoritratti, Carlo Carrà trascendente e primitivo, Filippo de Pisis delle marine stranianti e dei pesci evanescenti, Mario Sironi del “Ritratto di Carlo Carvaglio” e poi ancora con Arnaldo BadodiFausto Pirandello. Le influenze di questi artisti sul suo lavoro rientrano però in una semplice, seppur sincera, ammirazione, mentre i riferimenti più profondi, i fari della sua indipendenza Vitali li ritrova in Goya e Velàzquez, in Rembrandt e nella pittura del Seicento lombardo o in un pittore ugualmente appartato come James Ensor. Sono loro l’antidoto all’appiattimento, alla banalizzazione e alle tentazioni della società del "consumo" dell'arte. Il segno distintivo della pittura di Vitali comincia a configurarsi a metà degli anni Cinquanta. Una lingua che, con un tratto rapido e sintetico, si concentra sulla figura umana per descrivere un mondo intimo, familiare e popolare: l’artista ritrae amici, contadini, artigiani, la gente e le scene comuni. Anche il mondo naturale rientra nei suoi dipinti quale testimone di verità: nature morte, scene quotidiane, fiori, ma anche il mondo animale.
Nel 1983 la “scoperta” da parte di Giovanni Testori, con il quale stringe un sodalizio e un’amicizia profonda che dura sino alla morte dello scrittore avvenuta nel 1993. Testori scrive di Vitali in toni altissimi dedicando alla “scoperta” dell’artista un elzeviro di un’intera pagina su Il Corriere della Sera intitolato “I fasti della pittura” e sarà lui stesso a curarne la prima personale a Milano nel 1985. Di Testori sono anche i ritratti, presenti in mostra, che l’artista dedica all’amico scrittore, dove l’analisi introspettiva e la forza espressiva della composizione sono la testimonianza di due caratteri forti ed eversivi e di un sodalizio stretto in nome dell’arte. Nascono in quegli anni i dipinti dedicati alle carni e agli animali macellati, come il celebre “Trittico del toro”, a cui Testori dedica tre poesie, e scrive: “Era dai tempi dei primi, diretti e drammatici incontri con gli animali squartati di Soutine che non avvertivamo più una così estrema vocazione della pittura a magnificare se stessa proprio nell'atto in cui si flagellava, in cui s'introduceva, in cui affogava o annaspava nell'ematico pantano. Con questa differenza, però: che mentre, in Soutine, la flagellazione necessitava di far passare la realtà entro il cunicolo d'un accanimento deformativo, in Vitali tale flagellazione, andava a coincidere, e a coincidere millimetralmente, tramite una sorta d'attonita e clamante forza obbiettiva, con la realtà stessa”.
Scrive Vittorio Sgarbi: “Vitali, semplicemente, dipinge. Con istinto, velocità, intuizione. Non si possono dimenticare le sue nature morte, i suoi animali, persino più immediati di quelli del penultimo pittore più vicino a lui: Chaim Soutine. Ma anche Soutine non è citato; è digerito, assimilato, rigenerato per impulso, istinto, necessità di pittura”.
In questi anni, il suo segno diventa potente, i dipinti sono pieni, la materia è ricca, quasi non separa le figure dallo sfondo, ma tutto è parte di una complessità racchiusa in un impasto denso nel quale sembra essere la materia e il colore a modellare i volumi. Scrive Marco Vallora: “Tutto è risolto in pittura di pittura, in pura pittura. Le forme non sono che colore gettato, trionfo informale che si coagula in fisionomia”.
Dopo l’incontro con Testori, il lavoro di Giancarlo Vitali viene conosciuto attraverso esposizioni in importanti spazi pubblici. In questo periodo molti altri intellettuali e scrittori italiani si interessano profondamente alla sua arte. Tra questi Carlo Bertelli, Mario Botta, Tonino Guerra, Franco Loi, Vittorio Sgarbi, Antonio Tabucchi, Marco Vallora e il bellanese Andrea Vitali.
Nel percorso di mostra a Palazzo Reale, la presenza dell’artista è testimoniata in un breve film, della durata di 20’ min. circa, girato con l’artista nel suo studio a Bellano. Un documentario d’arte su Giancarlo Vitali, realizzato nel marzo 2017 da Francesco Clerici e prodotto da ArchiViVitali.
Il percorso espositivo inizia al piano terra di Palazzo Reale con un bookshop/sala di lettura aperto ai visitatori della mostra “Giancarlo Vitali. Time Out” e “Vincenzo Agnetti”. 


Qui riportiamo gli interventi alla Conferenza Stampa







Palazzo Reale
Palazzo Reale, la più prestigiosa sede espositiva di Milano, ospita la grande antologica che con 200 opere, delinea un percorso narrativo diviso in dieci sezioni tematiche che coprono tutto l'arco della produzione di Giancarlo Vitali. Attraverso una rilettura critica dell'intero percorso dell'artista Giancarlo Vitali. Time Out” accompagna il visitatore in un viaggio di oltre settant’anni che parte dai primi dipinti degli anni Quaranta, già apprezzati da Carlo Carrà, passando per le opere degli anni Ottanta e Novanta, esaltate da Giovanni Testori, fino all’ultima e inedita produzione.

SALA 1 - Identità
Aprono la mostra due ritratti tra le prime tele figurative dipinte da Giancarlo Vitali all’età di diciassette anni. L’identità della sua pittura è già tutta qui. Due abitanti del suo paese, Bellano, il luogo che per tutta la vita avrebbe rappresentato il suo microcosmo narrativo: un archivio infinito di personaggi, storie, emozioni, dettagli e simboli cui il pittore attinge per i soggetti e i temi della sua produzione pittorica. Il prologo di una maniera divenuta poi cifra distintiva ed identitaria della maturità del pittore. I due soggetti, un uomo e una donna, che potrebbero anche essere marito e moglie, sono due volti di un mondo appartato e umile che Vitali elegge a teatro della Storia. Le altre opere giovanili di Giancarlo Vitali raccontano uno spaccato paesano fatto di strade qualsiasi e passaggi a livello, ritratti di famiglia e nature morte che anticipano i soggetti preferiti dal pittore ma anche i punti d’incontro con i maestri che l’hanno influenzato. Tra queste tele le primissime opere realizzate dall’artista: La Pradegiana (1945) e Il ritratto della nonna (1944), di due anni precedente al suo primo autoritratto. Tranne Il pescatore, mio padre dipinto su tela, tutte le altre opere sono realizzate su tavole di formati modesti e contenuti, un obbligo di economia suggerito da necessità economiche che rimarrà in qualche modo un imprinting importante nel corso della sua produzione.
SALA 2 - Sguardi/influenze
Pur conducendo una vita appartata, Giancarlo Vitali vede il mondo della pittura italiana filtrato dalla sua curiosità e dai suoi interessi. Nella generazione di artisti del Novecento a destare la sua ammirazione sono soprattutto il De Chirico metafisico e degli autoritratti, il
Carrà trascendente e primitivo dei “nuotatori” (1932), il Rosai più crudo e materico, il Sironi del Ritratto di Carlo Carvaglio del '30, il de Pisis delle marine stranianti e dei pesci evanescenti (1940), il Badodi dalle pennellate distese de La Ragazza (1941) e il Pirandello de La famiglia dell’artista (1942). Nel 1947, a diciotto anni, partecipa alla Biennale d’Arte Sacra all’Angelicum di Milano con l’opera S. Antonio Abate dove è in mostra insieme a uno dei pittori da lui più apprezzati: Carlo Carrà. Nello stesso anno Giancarlo Vitali vince una borsa di studio all’Accademia di Brera ma è costretto a rinunciarci vista l'impossibilità da parte della famiglia di mantenerlo a Milano. Ed è sempre l’Angelicum, di fronte alla propria opera La visitazione esposta nel 1949, il luogo dove conosce Carrà che gli dedica parole di caloroso apprezzamento. Le influenze di questi artisti storici sul lavoro di Giancarlo Vitali rientrano però nel campo di una semplice - seppur profonda - ammirazione: l’artista non dedica loro studio stilistico sistematico, ma si continua ad affidare ostinatamente a una propria spontaneità, una ricerca quasi inscalfibile di una sintesi personale.
SALA 3 - Sguardi 2/Pieno di Gente
Tra il 1984 e il 1986 Giancarlo dipinge tre tele, un vero e proprio ciclo a sé stante ispirato alla Vecchia Contadina di Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto (Milano 1698–1767): è un ciclo che diventa la testimonianza diretta della sua poetica e sintesi di un percorso che si inserisce in quella “pittura della realtà” di secolare tradizione lombarda, in diretto rapporto con la scuola bresciana e con artisti come Foppa e lo stesso Ceruti. L’interesse per i poveri, i contadini, gli artigiani, e più in generale la gente e le scene comuni sono una costante anche nella pittura di Giancarlo Vitali che, con empatia e spirito critico, racconta il mondo del suo paese regalando attraverso una pittura sontuosa ma anche autoironica un omaggio a vesti consunte, volti popolari, nature morte della quotidianità. Sono già evidenti i tre punti cardinali della sua pittura: guardare ai grandi maestri, osservare la vita di tutti i giorni nei suoi risvolti più crudi e ironici e lasciare che il soggetto dipinto sia metafora incandescente della commedia umana. Sulla parete opposta alla Vecchia donna ci sono tre uomini, "Gingia", "Moch" e "Pigazz", che sembrano coevi dell'omaggio al Ceruti e che sono invece stati dipinti negli anni Quaranta. I tre soggetti maschili sorprendono per composizione, stesura pittorica e analogie somatiche con l’omaggio alla Vecchia Contadina. Come in un gioco di specchi fra passato e presente (e ancora una volta tra Uomo-Donna), nel momento in cui Vitali esegue l'omaggio a un grande maestro del Settecento lombardo, all’inizio dei primi Anni Ottanta, si trova in realtà - forse inconsapevolmente - a citare se stesso e il suo mondo pittorico. Un’altra testimonianza della ricerca di un confronto con la pittura storica nelle sue forme più istituzionali, è il felice e duraturo rapporto di Vitali con la forma del ritratto dal vero. Si tratta, quasi sempre, di ritratti realistici di familiari, amici più o meno intimi, gente di paese (richiamata nei titoli con soprannomi e nomignoli) che si “concedono” al suo sguardo.
Ai riferimenti figurativi della sala precedente rimandano anche altre sue opere degli anni Cinquanta, come i due luminosi ritratti della moglie Germana e i due autoritratti, in dialogo anche cromatico fra di loro: da generale e astratto il rapporto Uomo-Donna viene qui ristretto dentro una sfera molto personale e autobiografica, quasi intima. Il tratto di Vitali si configura nei dipinti degli anni Cinquanta con uno stile deciso e un’impronta sempre più personale. A partire dal 1955 la sua attenzione è rivolta a quel cosmo stralunato ed eclettico che potrebbe rimandare con anticipo alla tavolozza variegata dei film di Kusturica. È il mondo appartato di Goya o di Cervantes, è l’Italia del boom economico impreparata e incredula che non riesce a tenere il passo con se stessa. La pittura di Vitali è una lingua governata con sintesi e rapidità di tratto, non teme il confronto col passato e anzi sembra cercarlo. Una lingua atemporale, che fluisce con naturalezza mentre segue i lineamenti delle persone ritratte.
SALA 4
Il periodo che dagli anni Sessanta si snoda fino all’incontro con Giovanni Testori, all’inizio degli anni Ottanta, è quello meno conosciuto del pittore che però continua testardamente a dipingere, appartato nella sua Bellano ed estraneo al corso dei grandi eventi che stanno
cambiando la Storia d’Italia. In questi anni realizza prevalentemente nature morte e ritratti. Diventa padre e si chiude ancora di più nei suoi affetti e nella ristretta cerchia di relazioni umane, una sorta di isola personale grazie alla quale la sua pittura va verso un realismo sempre più chiaro e sentito che sembra però poggiare, in alcuni tratti pittorici, su un delicato equilibrio verso un’esplosione surreale.
SALA 5 - Croce rossa
Nel 1983 Giancarlo Vitali incontra Giovanni Testori con il quale stringe un sodalizio critico e poetico e un‘amicizia che dura fino alla morte del grande intellettuale Milanese, nel 1993. Testori vede nelle carni dipinte da Vitali il sacrificio di Cristo in croce e dedica tre poesie scritte d’impulso alla vista delle tele. Le intitola “Il trittico del Toro". Tre dipinti e tre poesie che diventano un’unica opera, segno e paradigma di una sofferenza e di una speranza che si celano dentro e oltre quelle carni che per Testori rappresentano la speranza o l’ambizione del superamento della morte attraverso Cristo. “In novembre, - racconta Giancarlo Vitali – nel breve tempo di pochi giorni, ‘nascono’, uno dopo l’altro, i tre tori. Un parto ‘precipitoso’ e felice. Come felice fu l’impulsiva stesura delle poesie per il “trittico”, vergate di getto su fogli di taccuino dall’amico Testori nel momento in cui glieli mostrai. Subito Gianni volle dedicarmeli, quei suoi magnifici, ispirati momenti poetici. E lo fece in segno di riconoscenza per le tre tele che gli avevo donato. Fu uno scambio emozionante, emotivo. Uno scambio che ci avrebbe definitivamente legati a una sincera e duratura amicizia. Tre dipinti e tre poesie nati assieme, quasi fossero un’unica opera. Un’opera che, secondo le nostre intenzioni, sarebbe dovuta restare insieme”.
SALA 6 - Tavole
Sulle tavole imbandite e poi sparecchiate sono affastellati tutti quegli elementi che per secoli si sono prestati per la posa e la messa in scena della "Natura morta" conviviale. Vitali intreccia con questi soggetti un gioco narrativo a volte serio a volte ironico, raccontando per assenza l’umanità a tavola: sono tavole sparecchiate e abbandonate dopo che la festa - o la domenica - è finita.
SALA 7 - Le nature morte
Le nature morte, da sempre considerate in pittura come allegorie delle stagioni o dei cinque sensi ma allo stesso tempo omaggio alla quotidianità, diventano per Vitali un’ulteriore occasione per intessere un confronto diretto con un linguaggio storico classico di tradizione lombarda nonché per narrare il suo mondo a partire dai dettagli, una sineddoche con cui raccontare la pesca a partire dai pesci, una casa attraverso i suoi fiori, una cena con i funghi raccolti: esistenze semplici raccontate attraverso fiamme di pittura su tavole di piccole dimensioni.
SALA 8
I quadri in questa stanza rappresentano la visione di un mondo ironicamente in balia di se stesso. I soggetti che sono appartenuti alla vita dell’artista, sono qui rappresentati in una visione onirica: girasoli, gatti, galli e capre diventano personaggi dello stesso immaginario
in cui vivono le pazze dei gatti, il farmacista e i contadini, figure stravolte e sognanti, senza più “religione” né logica. Anche i titoli iniziano a farsi sempre più ironici (L’idea fissa, Ritratti di capre, Addolorate ma non troppo) o allusivi a doppi sensi (Legati alla loro
terra). Vitali fa saltare qui gli schemi del realismo, accende la miccia di una follia pittorica che si fa ironica e visionaria, innescando anche un irriverente dialogo con alcune delle icone più conosciute della storia dell’arte.
SALA 9 - Video. Time Out
Lo studio dell’artista con tutti i suoi “strumenti” matericamente ammassati su un tavolo è in dialogo con la vista che lo congiunge al paese, uno/due dei rari dipinti apertamente paesaggistici che sono in Vitali sempre e solo sfondi, tempi d’attesa per nuovi eventi. Pause
di vita. Dal suo studio continua a raccontare un mondo cui però ha smesso di partecipare attivamente, e talvolta rielabora o cancella vecchi dipinti lasciati a metà, come l’Autoritratto del 1951 macchiato di rosso cinquant’anni dopo, nel 2001. È da questo punto di vista solitario, simbolico e allo stesso tempo reale, che Giancarlo Vitali riporta frammenti di vita paesana: il sindaco e “la sindachessa”, le bande e le bandiere, i messi e i tamburini.
SALA 10 - Paese paesaggio
Il luogo dove Vitali opera è sempre lo stesso. Come per certe compagnie teatrali, il palcoscenico non cambia. In questo caso il teatro è un paese intero: Bellano. Il pittore è spettatore e regista di un mondo umano che gli si srotola davanti agli occhi come un’infinita commedia all’italiana: i matrimoni, i funerali, i negozianti, gli scolari, il ciabattino, le “spennapolli”, i camerieri, le cene di lusso, i messi comunali e le persone
che negli anni Sessanta e Settanta erano i soggetti dei suoi ritratti, ora vengono relegati al ruolo di comparse, figuranti in una storia sempre diversa con costumi e scenografie che cambiano colore e forma per esplodere in flussi visionari. È la pittura che svolazza tra una bandiera e un gonfalone. In questi dipinti l’artista sembra “scherzare seriamente”, ricavando dalla pittura battute fulminee, istantanee accurate di una farsa immaginata.
Il Paese si fa paesaggio, una scenografia necessaria a raccontare per assenze e presenze, spazi raramente vuoti e spesso stracolmi: Un baule pieno di gente, per usare un titolo dell’amico Antonio Tabucchi. È l’allegoria della vita che ha preso il largo, è l’intero paese che si aggrappa al nonsense. È una descrizione di un reale che viene esplosa, attraverso una pittura ricca di dettagli, in sogni e incubi dai titoli grotteschi e surreali che richiamano la sua produzione precedente ma allo stesso tempo la stravolgono, deformandone gli ingredienti: La processione dei morti, Le mani sulla luna, Siamo solo delle comparse,
Rito autunnale, Ruspanti, Avanti il corteo mascherato, Imbianchino imbiancato sono i titoli già esplicativi di un mondo pittorico e locale che è diventato un gioco narrativo a sé stante, un altro mondo che risponde ad altre leggi, quelle della pittura e della narrazione pura.
Incipit
Un’altra coppia, modesta e inconsapevole, si ricongiunge nella metafora e metamorfosi della pittura. In questa conclusiva e ipotetica camera coniugale il vecchio farmacista con la barba lunga, dipinta con un'unica pennellata, si trova in coppia con il volto stranito ed
esausto di una donna che porta in testa un gatto con la naturalezza d’un ciuffo. Come s'è potuto presagire, non sono marito e moglie e non saranno mai compagni. Sono i Prìncipi (e i Princìpi) inconsapevoli della mostra, la sintesi della poetica di Vitali: una maschera di uomo e di donna, le loro storie suggerite, una pittura della realtà e del sogno dove è impossibile capire dove finisce una e inizia l’altro.
Outro
Velasco Vitali, figlio di Giancarlo e curatore della mostra, presenta in questa sala un doppio ritratto da lui dipinto nel 1998. Conclusione di una mostra dedicata al padre che vuole essere prima di tutto un omaggio alla Pittura. È il gioco dello specchio, della rappresentazione e del rapporto padre-figlio, ma soprattutto pittore-pittore.


Castello Sforzesco - Sala Viscontea e Sala Bertarelli
Un’installazione di Velasco in Sala Viscontea introduce il visitatore nell’universo artistico dell’incisione di Giancarlo Vitali di cui sono esposti 150 fogli con un insolito allestimento in orizzontale. In occasione della mostra “Time Out”, la Sala conferenze Bertarelli espone una selezione preziosa e ragionata di incisioni provenienti dagli Archivi delle Civiche Raccolte.


"Le opere di Giancarlo Vitali, giustamente presenti presso la Raccolta delle Stampe “A. Bertarelli” di Milano, sono conservate in sessantaquattro esemplari, di cui ben sessantuno donati dall’artista, quattro nel 1992 e cinquantasette nel 1996. Le testimonianze grafiche di un maestro incisore quale è Vitali non possono e non devono mancare in un gabinetto di stampe come quello milanese. La consuetudine vuole che l’istituto conservi le opere dei maggiori artisti incisori antichi e moderni e tale abitudine non è mai stata disattesa nel tempo, anzi prosegue, nel solco di una tradizione che non può venir meno. Nel 1994, presso la Sala Castellana del Castello, ricordiamo una mostra interamente dedicata al nostro e accompagnata dal catalogo ragionato Giancarlo Vitali. Catalogo dell’opera incisa 1980-1993 a cura di Paolo Bellini, il quale correttamente afferma: “Quando di un incisore si redige un catalogo – un vero catalogo e non una pubblicazione per fini meramente promozionali – significa che ha raggiunto uno spessore degno di considerazione nell’ambito della storia dell’incisione e che le sue opere, diffuse fra collezionisti e raccolte pubbliche, abbisognano ormai di un testo che, con asciutto rigore, le descriva, nelle loro caratteristiche”. Un’altra occasione espositiva castellana risulta essere stata quella presso la Sala conferenze della Bertarelli nel 2003, attraverso una piccola ma preziosa rassegna dedicata agli incisori amati da Giovanni Testori, fra i quali, naturalmente, Vitali. Il catalogo, Con gli occhi di Testori. Opere scelte di maestri incisori a cura di Claudio Salsi, raccoglieva una selezione di brani in cui il grande critico descriveva, con l’intensa e profonda sensibilità di sempre, la peculiarità creativa di artisti incisori da lui prediletti: “[…] e noi, ecco non riusciamo più a capire dove finisca la ceramolle e dove cominci l’incisione, dove la maniera allo zucchero e dove l’unghie, dove il frottage operato con pezze e fazzoletti dimessi, e dove, invece, la saliva, le labbra…” scrive Testori a proposito delle tavole incise dal Gran Bellanasco, sottolineando la fisicità operativa che emerge così fortemente, quasi con violenza, dalle sue opere. Un ritorno quindi, quello di Vitali al Castello, nel segno della grafica, che si esprime attraverso un linguaggio non immediato ma, se colto, fonte di emozioni memorabili. Lamberto Vitali, grande collezionista e appassionato di incisione, dichiarava nel 1930: “[…] perché nel foglio che ti sta davanti e che il tuo occhio accarezza e scruta, hai da vedere prima e sopra di tutto l’opera d’arte. Vale a dire, hai da ricercare, non le acrobazie funambolesche della mano, ma la personalità dell’artista; quella personalità, che mai come nell’incisione appare così evidente e sincera”. Come non essere d’accordo."
Giovanna Mori, Conservatore Responsabile Unità Castello e Museo Pietà Rondanini, Conservatore Raccolta Bertarelli


Museo di Storia Naturale di Milano
Un focus tematico dedicato a “Le forme del tempo”, cioè ai fossili e ai ritrovamenti geologici. Il nucleo di opere esposte è stato realizzato da Vitali nel 1991 in occasione del centenario della morte dell’Abate Antonio Stoppani, geologo e Direttore del Museo di Storia Naturale dal 1882 al 1891. Stoppani, considerato il padre della Geologia italiana, nato a Lecco nel 1824, ebbe sempre un forte legame affettivo e scientifico coi monti della sua terra: la Grigna, il Resegone e le altre cime calcaree dell’area lariana. Dal 1863 iniziò a collaborare con il Museo di Storia Naturale di Milano, del quale divenne direttore dal 1882 fino al 1891, anno della sua morte. I suoi studi pioneristici sulla geologia e sulla paleontologia della nostra regione lo spinsero fra l’altro a finanziare a proprie spese la pubblicazione fra il 1857 e il 1881 delle quattro celebri monografie riccamente illustrate della Paléontologie Lombarde, esposte in mostra accanto ai fossili. Instancabile promotore della ricerca scientifica, convinse la Società Italiana di Scienze Naturali, che ha tuttora sede presso il nostro Museo, a eseguire nel 1863 i primi scavi nel sito palafitticolo dell’Isolino Virginia e nel sito paleontologico di Besano, entrambi in provincia di Varese e inseriti oggi fra i luoghi segnalati nella lista dei patrimoni del World Heritage dell’UNESCO. La sua opera più celebre fu certamente Il Bel Paese  (1876) che con le sue numerose riedizioni illustrò a diverse generazioni di italiani le bellezze naturalistiche dell’Italia da poco unita.

Casa del Manzoni
L’intervento installativo Mortality with Vitali: Father & Son di Peter Greenaway prende spunto dalla cultura lombarda per trasformare Casa del Manzoni in una Wunderkammer dove l’elemento geografico e il contesto sociale si fanno concreti: scenografie fitologiche tipicamente lombarde riempiono le stanze ed “esplodono” nella pittura; dipinti e disegni di maschere grottesche - omaggi di Vitali alla realtà drammaturgica della finzione - dialogano con centinaia di costumi di ogni epoca; ampolle mediche e letti d’ospedale accompagnano i disegni e i dipinti che Vitali ha dedicato al tema della malattia nel 2002-2003. Un racconto sentito e “ironico” di una degenza ospedaliera che ha costretto l’artista a fare i conti con il proprio corpo, in stretta convivenza con i vicini di letto. Opere in cui Peter Greenaway scorge una verità unica, sincera e dolente. Da qui il visitatore è invitato a entrare nella camera dove è spirato Manzoni, preservata intatta. La fonte bibliografica fondamentale è il manoscritto di Antonio Balbiani ritrovato dallo scrittore Andrea Vitali in cui vengono analizzati, con minuzia di particolari, la malattia e il processo di mummificazione del grande scrittore lombardo, nel tentativo di vincere la caducità della natura con la tecnica e di preservare intatto un corpo che è anche memoria collettiva. Nella corte della casa, Peter Greenaway ha voluto disporre un branco di sculture di cani di Velasco Vitali.

"La mostra “Mortality with Vitali” nella Casa del Manzoni a Milano è una riflessione sui temi della vita e della morte presenti nei quadri di Giancarlo Vitali, messi a confronto con la vita, l’opera e le vicende di Alessandro Manzoni, autore del celebre romanzo ambientato durante la peste del 1630, I Promessi Sposi. Pubblicato per la prima volta nel 1827, nel 2015  figurava ancora tra le letture consigliate da papa Francesco a tutte le coppie di fidanzati in vista del matrimonio. Un’ampia selezione di opere realizzate da Giancarlo Vitali tra il 1950 e il 2008 è esposta negli ambienti della casa privata del Manzoni, compreso lo studio dello scrittore, le camere da letto dei familiari e lo studio che ha ospitato Tommaso Grossi dove un dipinto ricorda la morte di Carlo Porta.
La zona del lago di Como, così cara sia a Giancarlo Vitali che ad Alessandro Manzoni, è rappresentata nelle tele da fossili, crani, frutti, fiori, farfalle, alberi e dai pesci pescati nel lago, tutti soggetti presenti ossessivamente nelle opere di Vitali. A queste abbiamo associato in maniera scherzosa cento barattoli di acqua locale, tutti corredati dall’etichetta che ne indica esattamente la fonte: in fondo siamo in quella che è conosciuta nel mondo come la regione dei laghi italiani, e gli antenati della famiglia Vitali vivevano sul lago e si guadagnavano il pane con la pesca. Una parte della Casa è dedicata ai quadri in cui Vitali si concentra sulla vita della borghesia rurale: ritratti singoli e di gruppo, matrimoni e funzioni religiose, cucine e banchetti - scene realistiche, immaginarie o di fantasia, ma tutte accomunate da uno sguardo che indaga in maniera affettuosa e ironica i rapporti, le pose e gli atteggiamenti, i ricordi, a volte virando verso la caricatura. Altre pareti ospitano disegni e dipinti testimoni del periodo in cui Giancarlo è stato ricoverato; le sue osservazioni sulla vita quotidiana in ospedale sono acute, piene di umorismo e ironia, e contengono un impegno tenace nell’onorare la fragilità del corpo umano e la sua mortalità, che turba ed eleva al tempo stesso. L’intero allestimento si presenta quindi come una Wunderkammer, una raccolta enciclopedica ma di umili origini che richiama il contenuto dei dipinti – gli elementi di storia naturale, le apparenze borghesi e l’arredo d’ospedale - e introduce suggestivi collegamenti tra realtà e rappresentazione."
Peter Greenaway

Giancarlo Vitali nasce il 29 novembre 1929 a Bellano, sul lago di Como. Cresciuto in una famiglia di pescatori, è autodidatta; la sua parabola artistica è unica per percorso, localizzazione geografica e riconoscimenti critici. A diciotto anni, nel 1947, partecipa alla Biennale d’Arte Sacra all’Angelicum di Milano, dove espone, tra gli altri, insieme a Carlo Carrà, il quale, nell’edizione successiva, gli dedicherà parole di caloroso apprezzamento. Vinta una borsa di studio all’Accademia di Brera, è costretto a rinunciarvi a causa dell’impossibilità economica da parte della famiglia di mantenerlo a Milano. Da allora, fino agli anni ottanta, smette di esporre ma non di dipingere. Il 4 novembre 1959 sposa Germana Vegetti. Dal matrimonio nascono: Velasco (1960), Sara (1962), Paola (1970). Nel 1983 viene riscoperto da Giovanni Testori, che vede per caso la riproduzione fotografica di una sua opera e si innamora della sua pittura: la stima e l’amicizia che ne scaturiscono portano a quella che è di fatto la prima vera mostra personale dell’artista, inaugurata nel febbraio del 1985. Nei successivi trent’anni il suo lavoro viene divulgato e conosciuto attraverso esposizioni in spazi pubblici e gallerie private. Negli stessi anni molti altri intellettuali e scrittori italiani si interessano profondamente alla sua arte, tra di essi: Carlo Bertelli, Mario Botta, Tonino Guerra, Franco Loi, Vittorio Sgarbi, Antonio Tabucchi, Marco Vallora, Andrea Vitali. Sono questi gli anni in cui Vitali realizza i suoi dipinti più conosciuti e le sue incisioni più note, pur continuando silenzioso il suo ostinato lavoro lontano dal sistema dell’arte ma in stretto contatto con i critici e gli scrittori che apprezzano la sua opera. L’esposizione a Palazzo Reale di Milano nel 2017 rappresenta la sua prima mostra antologica che copre l’arco di settant’anni di pittura.


Giancarlo Vitali . Time Out
Dal 5 luglio al 24 settembre 2017
A cura di: Velasco Vitali
Progetto e allestimento a cura di: Studio C14, gli allestimenti speciali sono curati  da Alexander Bellman e Romeo Sozzi.
Sostegno di: Almag, Azimut Wealth Management, Bellavista, Torneria Automatico Alfredo Colombo e la collaborazione di Broker Insurance Group, Paola d'Arcano, Park Hyatt Milano,
La Scala Studio legale, Lo Scrittoio, Studio Borlenghi.
Ingresso Palazzo Reale, Castello Sforzesco, Museo di Storia Naturale: libero
Ingresso Casa del Manzoni: €. 5
Infowww.palazzorealemilano.it - www.giancarlovitali.com - www.archivivitali.org - Facebook Giancarlo Vitali - Facebook Archivivitali - Instagram - info@giancarlovitali.com
Catalogo: Skira, 
edizione bilingue (italiano-inglese), 24 x 28 cm, 240 pagine, 294 colori, brossura, ISBN 978-88-572-3637-7, € 39,00
Uffici stampa: MOSTRA: Eleonora Galli - 333 8443814 - stampa@cinquesensi.it
COMUNE DI MILANO: Elena Conenna - elenamaria.conenna@comune.milano.it

Palazzo Reale
Castello Sforzesco
Museo di Storia Naturale di Milano
Casa del Manzoni

 

Condividi su:

Riquadri di lago di Alberto Colombo, Spazio Natta, Como

Inaugurazione martedì 4 luglio alle ore 18.30 con la presentazione del critico Roberto Borghi e rimarrà aperta fino al 23 luglio.

” Ti ho portato in luogo di un piccolo dono dal mio paese natale un problema degno di codesta tua scienza profondissima. Nasce dalla montagna una sorgente, discende attraverso le rocce, si raccoglie in un piccolo vano atto a pranzarvi, tagliato a mano dall’uomo. Dopo essersi un po’ trattenuta cade nel lago Lario. Ha una strana natura: tre volte al giorno si innalza e si abbassa per determinati crescimenti e diminuzioni. Forse che una corrente d’aria più nascosta ora apre l’apertura e i canali della sorgente e ora li chiude“.
Plinio il Giovane
Epistularum Libri Decem, IV, 30, lettera a Lucio Licinio Sura

Per questa mostra, a cura di Ilona Biondi, l'artista Alberto Colombo, milanese di nascita ma laghèe d'adozione, ci accompagna con una barca a remi in un piccolo percorso nei pressi di Torno che va dalla valle della Minzana fino a raggiungere la Villa Pliniana. È un racconto pittorico il suo, carico di suggestioni, di colori e atmosfere.
"Stando a un manoscritto del 1500, la Minzana è un “terreno a vigna e brughiera” (ora è rimasta solo la brughiera che si affaccia sul lago di Como all’altezza di Torno). La Pliniana invece è una villa divenuta leggendaria grazie alle sue “ombre misteriose” , alla sua “fonte intermittente” e agli “ospiti illustri” che si sono succeduti nel tempo. Minzana Pliniana, ancor prima che il titolo della mostra, è la descrizione sommaria del tragitto che Alberto Colombo percorre spesso in barca. La mostra è anzitutto la documentazione “in riquadri” di un viaggio che, a chi lo compie per la prima volta, risulta tanto breve quanto folgorante. Alberto ha remato tra la Minzana e la Pliniana innumerevoli volte, però il senso di folgorazione, il presentimento di qualcosa di poderoso ed enigmatico è rimasto intatto, come testimonia la sua pittura densa e vigorosa, ma pervasa da una luce lirica e da un tono sottilmente oracolare."

Roberto Borghi

Fonti d’ispirazione
Può darsi che, fuori dai confini del territorio lariano, il nome Pliniana dica ormai poco. Allora potrebbe essere il caso di rammentare che la Pliniana (quasi sempre davanti al nome compare l’articolo determinativo a sottolinearne l’unicità) è una villa davvero leggendaria, nella quale hanno soggiornato tra gli altri Napoleone, Foscolo, Stendhal, Byron, Manzoni, Rossini.
Costruita nella seconda metà del Cinquecento a Torno, sulla riva destra del Lago di Como, attorno a una fonte intermittente già descritta in epoca romana da Plinio il Giovane, la villa è il luogo in cui è ambientato (sotto mentite spoglie) Malombra, un tenebroso romanzo dato alle stampe da Antonio Fogazzaro nel 1880 e trasposto al cinema da Mario Soldati nel 1942. Dopo decenni di incuria e di stagnazione istituzionale, l’edificio è stato restaurato e trasformato in una struttura alberghiera d’eccellenza con soddisfazione dei tornaschi. Il restauro compiuto dai proprietari della villa infatti è stato filologico, ma (caso rarissimo) ha avuto degli esiti spettacolari, nel senso che ha permesso alla Pliniana di tornare a spiccare, ad avere il suo originario risalto nel paesaggio lacustre.
La storia della mostra di Alberto Colombo inizia da qui, dall’happy end da manuale di questa vicenda, e s’innesta anzi in una delle sue ulteriori conseguenze. Alberto è un pittore che scruta il lago (le acque ma soprattutto le coste e, verrebbe da dire, le arie del lago) da una barca, e lo fa spesso e volentieri di notte. La nuova illuminazione notturna della Pliniana, anch’essa filologica ma accortamente scenografica, ha rappresentato per lui qualcosa di teneramente antico al quale diamo tuttora il nome di fonte d’ispirazione. Per intenderci, il soggetto di un dipinto è cosa ben diversa dalla sua fonte d’ispirazione, e non solo perché il primo elemento ha un rapporto diretto con l’immagine mentre il secondo decisamente più indiretto. Un soggetto viene raffigurato e come contenuto nell’immagine, una fonte d’ispirazione non solo non è “contenibile”, ma anzi basa il suo funzionamento sull’incontinenza, sulla tracimazione: è l’immagine infatti che scaturisce da essa, proprio come da una fonte. Non a caso le immagini pittoriche raccolte in questa mostra hanno anzitutto un aspetto sorgivo, sembrano come appena sgorgate, appaiono quasi zampilli di visioni. Altra distinzione importante: un soggetto in fondo lo si possiede attraverso l’immagine, da un’ispirazione si è posseduti e ciò che ne scaturisce ha sempre un versante visionario. Quindi dovremmo prendere in considerazione l’ipotesi che le visioni proposte da queste opere non siano solo intensamente liriche, come appare evidente, ma anche sottilmente visionarie.
Di certo la pittura di Alberto non è realista, e neppure, a mio avviso, figurativa. Da quando un po’ tutta l’arte è diventata neo-pop, cioè interessata soltanto a come i nuovi mezzi di comunicazione ridefiniscano i processi iconici e creino meccanismi di consenso, termini quali realismo, figurazione e astrazione sembrano degli obsoleti attrezzi linguistici, anche se mantengono in sé la densità di significato delle tradizioni di pensiero che li hanno generati. La pittura di Alberto non è realista, né figurativa, né astratta, ma è qualcosa che da queste categorie prende comunque le mosse: è trasfigurativa, si pone al bivio tra il preciso dato di realtà e il puro stato d’animo, esprime un riverbero interiore volutamente impuro, perché non vuole fare a meno del reale o, forse meglio, della materia, che ha sempre una dose di protagonismo nei dipinti. Proiettato sul lago, questo sguardo tutto sommato paradossale rende ruvida l’acqua, priva la superficie lacustre di quella levigatezza assoluta e un po’ inquietante che la contraddistingue (ma più negli stereotipi che nella realtà), accentua il senso di profondità che è tipico di ogni lago (ma di quello di Como in particolare) attenuandone allo stesso tempo l’abissalità e virandolo verso una dimensione esistenziale, personale, più intima che metafisica.
E poi c’è la notte: non il lago di notte ma, come suggerisce il capovolgimento attuato dal titolo della mostra, la notte di lago. L’elemento da cui partire per comprendere i lavori esposti è quindi la condizione notturna declinata nella sua variante lacustre. E, per l’esattezza, di quel frammento del lago di Como su cui si affaccia una villa isolata ed enigmatica, nella sua architettura così insolita, con un forte potere di suggestione che a volte sfiora la tenebra. Anche i dipinti di Alberto sono come sfiorati dalla suggestione della notte assoluta, ma si fermano prima, allo stadio in cui l’oscurità non è totalmente nera, ma di un blu scuro con una nota di calore, e in cui il buio non è ancora così corposo da farsi sostanza e perciò rimane atmosfera.
Il fatto che questa pittura così evocativa sia stata suscitata da un progetto di illuminazione che ci si immagina hi tech, millimetrato, studiato fino allo spasimo, fa parte del bello delle fonti d’ispirazione. Che quasi sempre, come accade in certe ville, sono intermittenti, ma che quando sgorgano hanno un effetto prodigioso.

Roberto Borghi


Alberto Colombo nasce a Milano nel 1953 da famiglia brianzola Vive e studia tra Milano e Brianza, si diploma al Liceo Artistico Beato Angelico, frequenta la Facoltà di Architettura e l'Accademia di Brera. 
Dal 1975 dipinge ed espone: è del 1978 la sua prima personale alla Galleria "La Cripta" di Milano dove presenta tele di soggetti architettonici affioranti da superfici materiche ( rosoni di chiese, Venezie, architetture classiche) e pale d'altare interpretate come " meditazioni" su dipinti storici.. Le successive opere, nature, paesaggi e figure, di contatto diretto con una realtà più vicina, tra visione e non visione, gli valgono l'apprezzamento di Giovanni Testori che lo sceglie per "Segnalati Bolaffi" 1981. 
In questi anni, oltre alle collettive, espone in mostre personali a Novate, Monza e Milano. Dopo essersi dedicato per un lungo periodo alla produzione di vetrate artistiche, sculture ed oggetti in vetro, riprende il suo percorso pittorico nel suo nuovo studio a Torno dove dipinge grandi "tele di lago", quel lago che , col passare del tempo, è diventato il suo luogo, la sua realtà, il suo spazio vitale. 
"Nel lago", "L'entrata del molo", "Acqua", "Láach", "Di bianco e di buio", "Lagodalago", sono i titoli delle sue ultime personali le quali segnano la forte appartenenza di Alberto Colombo a questi luoghi.

Personali
2016 “Notte di lago“, Spazio Lumera, Milano
2014 “Lagodalago“, Spazio Pozzoni, Como
2011 “Di bianco e di buio“, Spazio Lumera, Milano
2011  “Alberto Colombo“, Scuola Frassati, Seveso
2011 “Làach“, Villa Raimondi Fondazione Minoprio, Vertemate
2008 “Acqua“, Spazio Lumera, Milano
2007 “Alberto Colombo“, Scuola Frassati, Seveso
2005 “L’entrata del molo”, Spazio Lumera, Milano
2005 “Nel lago”, Galleria Mauri, Mariano Comense
1981 “Alberto Colombo”, I.S.E.P.A., Milano
1981 “Alberto Colombo“, Sporting Club, Monza
1980 “Alberto Colombo“, Gesiö, Novate Milanese
1978 “Alberto Colombo“, Galleria La Cripta, Milano


Riquadri di lago - Lake looks
Alberto Colombo
A cura di: Ilona Biondi

Dal 5 luglio al 23 luglio
Orari: dal martedì al venerdì 16.00 - 20.00; sabato e domenica 11.00 - 20.00

Spazio Natta
Via Natta, 18
Como
Tel. +39 031252352 -cultura@comune.como.it - ilona.biondi@gmail.com - www.albertocolombo.it - info@albertocolombo.it

Condividi su:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi