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Livio Marzot: Opere dal 1959 al 2017, Grossetti Arte, Antonia Jannone Disegni di Architettura e Galleria Milano, Milano


Inaugurazione mercoledì 3 maggio 2017 ore 18.30
da Grossetti Arte e Galleria Jannone

Grossetti Arte: ore 18.30: opening
ore 19.30: presentazione del libro “Livio Marzot – Opere dal 1959 al 2015” realizzato nel 2016 dalla Fondazione Mudima, a cura di Gianluca Ranzi
Inaugurazione giovedì 4 maggio 2017 ore 18.30 da Galleria Milano


Dal 4 al 30 giugno 2017: Livio Marzot: Opere dal 1959 al 2017

L’opera di Livio Marzot è protagonista di tre significative mostre milanesi, che presentano i diversi momenti e le sfaccettature tematiche e linguistiche di un artista il cui poliedrico percorso è ancora capace di riservare molte sorprese.
Le tre gallerie Grossetti Arte, Antonia Jannone Disegni di Architettura e Galleria Milano, dedicano così tre mostre personali a questo singolare artista e alla sua opera che, tra il rigore minimale astratto degli anni Sessanta e il ritorno alla pittura figurativa degli ultimi anni, esplora sempre nuove modalità di rapportarsi alla vita, ai ritmi e ai cicli della natura.


 In mostra presso Galleria Jannone una selezione di opere tra tele, carte e grandi gouache oltre a scatole-scultura, che racconta l’arte di Marzot dagli anni Sessanta con le sperimentazioni minimali vicine ai linguaggi dell’architettura, fino agli anni Duemila con il nuovo ritorno all’astratto. Ricerca, scoperta e entusiasmo creativo: Livio Marzot vive l’arte in diretta con l’obiettivo di avvicinarsi alla realtà, esplorando nuove modalità di rapportarsi alla vita, ai ritmi e ai cicli della natura. Un percorso unico che inizia con la pittura figurativa degli esordi per poi proseguire con la scultura, l’arte ambientale e l’installazione, fino alle opere più recenti, in cui la forma e il colore, ora più liberi, incontrano spazialità vibranti.


Nell’esposizione alla Galleria Milano vi sono opere eseguite tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta che raccontano del percorso di un artista – e, ancora prima, di un uomo – che ha avuto il coraggio di “perdersi per ritrovarsi” (Gianluca Ranzi); in questi lavori, realizzati con tecniche e media molto diversi tra loro, c’è tutto Marzot: la cura formale, l’interesse verso la sinusoide e la tridimensionalità, la natura e la memoria dei suoi viaggi e dei suoi luoghi.
Il percorso di Livio Marzot  (Induno Olona, 1934; vive attualmente in Grecia) è molto vario: negli anni Cinquanta si occupa prevalentemente di pittura di paesaggio con risultati gestuali; dopo diversi viaggi a New York, dove ha modo di conoscere e confrontarsi con numerosi artisti, passa a studi più oggettuali. La frequentazione con Leo Castelli e con personalità a lui vicine, insieme all’amicizia con Salvatore Scarpitta e Sol Lewitt, lo mettono in contatto con la Pop Art e il Minimal. Le sue sperimentazioni si fanno quindi più geometriche: alla Biennale di Venezia del 1968 gli viene dedicata una sala personale dove espone grandi strutture primarie in ferro. Si trasferisce permanentemente negli Stati Uniti e la sua ricerca diviene completamente teorica: rinuncia alla produzione materiale delle opere e si dedica allo studio della linea curva, della sinusoide e dei processi mentali alla base del lavoro creativo. Di questa fase restano i disegni e i progetti degli inizi degli anni Settanta. Tornato in Italia nel 1981, si rivolge nuovamente alla pittura, che sarà d’ora in poi una costante del suo linguaggio espressivo. Ritornano quindi paesaggi, itinerari privati e geografie interiori, sin dagli esordi cifre stilistiche della sua ricerca.

Grossetti Arte
Piazza XXV Aprile 11/B – piano interrato
20154 Milano (MI)
Orari: da lunedì a venerdì, 10-13; 14-18; Sabato e domenica previo appuntamento
Tel. +39 344 2046825 – galleria@grossettiart.it

Galleria Antonia Jannone Disegni di Architettura (termine 30 maggio)
Corso Giuseppe Garibaldi, 125
20125 – Milano
Orari: Martedì – Sabato 15:30 – 19:30; mattina su appuntamento

info@antoniajannone.it – tel. +39 02 29002930 – fax +39 02 65555628

Galleria Milano (termine 30 maggio)
Via Daniele Manin 13
20121 Milano
Orari: da martedì a sabato dalle ore 10,00 alle 13,00 e dalle 16,00 alle 20,00
Ufficio stampa: Cristina Pariset –  cristina.pariset@libero.it – M. 348 5109589 – Tel. 02 4812584

Grossetti Arte a VENEZIA

Threads” Carla Mura & Dado Schapira

Inaugurazione venerdì 2 giugno 2017 dalle 18.30

dal 3 giugno al 14 giugno 2017

Location: Palazzo Brandolin Rota, Rio Terà Foscarini 878 – Venezia 30123 (fermata vaporetto Accedemia)

Orari: lunedì – sabato, 10:00 – 19:00 (orario continuato)

Fiori dipinti da me e da altri al 201% ” di Felipe Cardeña e

Inaugurazione sabato 17 giugno 2017 dalle ore 18.30

dal 18 giugno al 29 giugno 2017

Location: Palazzo Brandolin Rota, Rio Terà Foscarini 878 – Venezia 30123 (fermata vaporetto Accedemia)

Orari: lunedì – sabato, 10:00 – 19:00 (orario continuato)

“Impressioni Satellitari” di Andrea Zucchi,

Inaugurazione sabato 17 giugno 2017 dalle ore 18.30

dal 18 giugno al 29 giugno 2017

Location: Palazzo Brandolin Rota, Rio Terà Foscarini 878 – Venezia 30123 (fermata vaporetto Accedemia)

Orari: lunedì – sabato, 10:00 – 19:00 (orario continuato)

 “The Mistery of Form” di quattro artisti cinesi: Ma Lin, Zhao Lu, Liao Pei, Li Zi

Inaugurazione sabato 1 luglio 2017 dalle ore 18.30

dal 2 al 20 luglio 2017

Location: Palazzo Brandolin Rota, Rio Terà Foscarini 878 – Venezia 30123 (fermata vaporetto Accedemia)

Orari: lunedì – sabato, 10:00 – 19:00 (orario continuato)

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Franca Gritti, a cura e con saggio introduttivo di Elena Pontiggia, Skira editore

Presentato il volume monografico della scultrice Franca Grittia cura e con saggio introduttivo di Elena PontiggiaSkira editore, nella gremita Sala TriennaleLab, alla Triennale di Milano.
Sono intervenuti: Cecilia De Carli, Professore Università Cattolica, Milano; Micol Forti, Direttrice Collezione d’Arte Moderna, Musei Vaticani, Roma, e Elena Pontiggia, Professore Accademia di Belle Arti di Brera.
Alla presentazione ha partecipato anche l’architetto Giovanni Cadeo, autore del progetto di restauro dell’edificio che sarà sede del Museo Archivio dell’artista, con una proiezione di immagini del progetto, ormai nella sua fase conclusiva ed è intervenuto Francesco Tedeschistorico e critico dell’arte, professore associato di Storia dell’arte contemporanea nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Il libro traccia il percorso artistico di Franca Ghitti (1932-2012), scultrice di fama internazionale, dagli anni cinquanta alla sua scomparsa, le cui opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e i Musei Vaticani. 
Ne nasce una lettura globale dell’opera dell’artista che ha inizio in Valle Camonica, suo paese di nascita a cui rimane significativamente legata durante il corso della sua vita, che ripercorre tutte le tappe significative, dagli studi artistici a Milano, Parigi, Salisburgo, all’esperienza africana, alle mostre internazionali, e ne emerge il ciclico ritorno alle origini e alla sua terra, che la sprona a continui studi, approfondimenti e ricerche.
L’avvincente volume mette il lettore in contatto diretto con il personaggio e con la società artistica dell’epoca, in un intreccio che offre uno spaccato curioso e al contempo molto interessante.
Molto attenta alla scelta dei materiali, Franca Ghitti inizialmente predilige soprattutto quelli legati alla terra e al mondo del lavoro, fra cui vecchie assi di legno e avanzi di segheria. Successivamente opta anche per il ferro e i metalli, recuperati nelle antiche fucine della Valcamonica, come stampi, ritagli, tondini, chiodi, polvere di fusione, ma anche scarti di lavorazione delle industrie metalliche.
Il suo stile nel ricomporre restituisce ai materiali nuova energia e profondi significati; un linguaggio essenziale e concreto, legato alle linee, alle forme, alla geometria, che unisce in un armonico dialogo il presente al passato. Numerosi sono infatti i riferimenti alle incisioni rupestri e ai simboli primitivi delle tribù africane che si mescolano a espressioni moderne e contemporanee.
Elena Pontiggia afferma nel suo testo critico: “Quello di Franca Ghitti è un mondo complesso, un crogiolo di esperienze occidentali e primitive, di arte e architettura, di ripetizione e differenza. La sua scultura è sempre un disegno di mappe, una collezione di segni: non cerca il volume, il modellato, la massa, ma la superficie, la tavola, la pagina.
La sua arte insegna la ricerca di alfabeti che non si trovano nei libri e di mondi che non coincidono con il nostro. Insegna che le mani sanno quello che la mente non capisce, mentre il linguaggio dei segni custodisce qualcosa che le parole non registrano”.
I primi lavori in legno, realizzati negli anni sessanta, intitolati Mappe, sono tavole di legno con incisioni, ispirate alle incisioni rupestri a cui seguono altri cicli scultorei, sempre di matrice minimalista, a cui si aggiunge l’utilizzo di nuovi elementi, i chiodi, considerati dall’artista fondamentali per l’uso e la forma. Fra questi si ricordano I Rituali, Le Vicinie, Le Storie dei morti, I Reliquiari che restituiscono la cultura contadina e in cui si allude alla tradizione, alle leggende, al dialetto, ai canti, ai proverbi.
Negli anni settanta, l’esperienza africana e il suo trasferimento per alcuni anni in queste terre, conducono l’artista ad inserire nel suo linguaggio nuovi simboli, nuovi colori, nuovi materiali fra cui il cemento e il vetro, come si osserva in Orme del Tempo. Totem.
In un continuo divenire, i lavori di Franca Ghitti assumono negli anni successivi dimensioni e forme diverse sempre intrinsecamente legate al suo vissuto, come la verticalità, ispirata dalla visione dei grattacieli di Montreal e dai boschi del Labrador, che caratterizza le opere Cancelli, Libri Chiusi, Alberi. Il ritmo verticale tuttavia è spesso contrastato da un’energia orizzontale, resa dall’accostamento seriale di tessere e liste di legno, come se la materia fosse tessuta o intrecciata. In una poetica costantemente attenta al rapporto con lo spazio, alla fine degli anni ottanta si inserisce l’interesse per la forma circolare, Ciclo dei Tondi, dove il cerchio più o meno regolare evoca il concetto di ripetitività.
Anche nelle installazioni, Meridiane, sono presenti temi legati al tempo e allo spazio, ma aprono contemporaneamente nuovi orizzonti con esplicite riflessioni sulla città, sull’architettura e sul linguaggio; in Alfabeti perduti e Altri Alfabeti  realizzati alla fine degli anni novanta l’artista riscopre linguaggi dimenticati, di culture passate.
La sua ricerca artistica prosegue con continui approfondimenti, che contengono la memoria di vissuti comunitari connessi a epoche e luoghi differenti connessi alla contemporaneità.
Affermava infatti l’artista: “Non credo nell’improvvisazione. Un’opera è il risultato di una lunga meditazione, di un processo di conoscenza che dura tutta la vita”.
In seguito alla morte di Franca Ghitti, per volontà della scultrice è nata la Fondazione Archivio Franca Ghitti che si propone di promuovere l’opera dell’artista a scopo culturale in Italia e all’estero.
L’incontro in Triennale è stato accompagnato dalla proiezione del trailer del documentario “Franca Ghitti. Il film” del regista Davide Bassanesi che ripercorre i momenti più significativi della vita della scultrice.


Franca Ghitti (1932-2012) nasce in Valle Camonica. Frequenta le accademie d’arte di Milano, Parigi e Salisburgo e dagli anni Sessanta si dedica alla scultura specializzandosi nell’utilizzo di materiali quali il legno e il ferro.
Tra le principali mostre internazionali si ricordano quelle presso: Museo di Palazzo Braschi (Roma), Istituti Italiani di Cultura (Vienna, Budapest, Monaco), New York University (New York), Palazzo Martinengo e ex chiesa di San Desiderio (Brescia), OK Harris Gallery (New York), Fondazione Bilbao Bizkaia Kutxa (Bilbao), Young Arts Gallery (Vienna), Fortezza da Basso (Firenze), Museo Diocesano (Milano), University of Houston, Triennale di Milano, Biennale Internazionale di Scultura (Agliè), Castello di Brescia, Museo della Permanente (Milano), École Nationale Supérieure d’Architecture de Paris La Villette (Parigi), Università Bocconi (Milano), Museo d’Arte Contemporanea Manege (San Pietroburgo). 
Numerosi gli interventi dell’artista in spazi pubblici e privati, tra i più significativi spiccano le vetrate per la Chiesa degli Italiani di Nairobi in Kenya; il cancello per il Museo Agricolo del Castello di Brunnenburg (Merano); le opere in ferro per le sedi della Banca Credito Italiano; l’installazione Il segno dell’acqua nel Lago di Iseo; la grande scultura per la Rocca di San Giorgio a Orzinuovi (Brescia).
Il suo percorso artistico è accompagnato da numerose pubblicazioni, si ricordano le case editrici Scheiwiller, Lucini editore, Electa, Charta e Edizioni Mazzotta.
Hanno scritto di lei critici e giornalisti di rilievo quali: Giuseppe Appella, Giulio Carlo Argan, Carlo Bertelli, Paolo Biscottini, Rossana Bossaglia, Claudio Cerritelli, Enrico Crispolti, Cecilia De Carli, Raffaele De Grada, Marina De Stasio, Sebastiano Grasso, Flaminio Gualdoni, Fausto Lorenzi, Marco Meneguzzo, Anty Pansera, Pietro Petraroia, Elena Pontiggia, Gianfranco Ravasi, Roberto Sanesi, Vanni Scheiwiller, Francesco Tedeschi.


Fondazione Archivio Franca Ghitti. Nel 2013, in seguito alla morte dell’artista, nasce la Fondazione Archivio Franca Ghitti volta alla conservazione, catalogazione e valorizzazione della sua opera.
Maria Luisa Ardizzone, Professore alla New York University di New York, è presidente della Fondazione che vanta un comitato scientifico composto da nomi illustri quali: Cecilia De Carli, Professore Università Cattolica di Milano; Fausto Lorenzi, critico d’arte e giornalista; Marco Meneguzzo, Professore Accademia di Belle Arti di Brera; Margaret Morton, artista, fotografa e Professore Cooper Union, New York; Elena Pontiggia, Professore Accademia di Belle Arti di Brera.
Dal 2013 l’architetto Giovanni Cadeo dello Studio Cadeo di Brescia si dedica al progetto di ristrutturazione dell’ex casa studio dell’artista, oggi sede della Fondazione, per il progetto dell’archivio-museo dedicato a Franca Ghitti
Tra le principali iniziative realizzate dalla Fondazione si ricordano le mostre presso la Biblioteca Sormani di Milano a cura di Elena Pontiggia; il Castello di Sirmione; Villa Clerici a Milano; il Museo dell’energia idroelettrica di Valle Camonica; l’Università Cattolica di Milano a cura di Cecilia De Carli.

Franca Ghitti
a cura e con saggio introduttivo di Elena Pontiggia
Skira editore, 2016

Edizione bilingue (italiano-inglese)
24 x 28 cm, 128 pagine
110 colori e b/n, cartonato
ISBN 978-88-572-3411-3
€ 28,00


 Informazioni: roberto.crescenti@gmail.com
Ufficio stampa: IBC Irma Bianchi Communication – Tel. +39 02 8940 4694 – mob. + 39 328 5910857 – info@irmabianchi.it

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Sarenco, (Isaia Mabellini) Vobarno (BS) 1945 – Brescia, 6/02/2017

“Sono sempre stato costretto a creare scandali per spiegare me stesso…

Opporre Opposizione, scritto in nero, con alcune lettere rosse per formare la parola poesia. La poesia, per me, esiste solo come lotta, come opposizione a qualcosa. Opposizione ideologica, opposizione politica, opposizione linguistica. Credo che la mia poetica possa essere riassunta in questo titolo. Opporre Opposizione, ai Rossi e ai Neri, l’eterno conflitto…

La poesia è violenza, cioè: la trasgressione della spietata logica della società d’opulenza e del suo razionalismo metodico ed autoritario. D’altra parte è anche la trasgressione della civiltà stessa: o la poesia, e l’arte in genere, trasforma profondamente i costumi oppure non è niente.”

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Sarenco, Isaia Mabellini, nasce a Vobarno (Brescia), nel 1945.
Dopo gli studi di filosofia compiuti presso l’Università di Milano inizia la sua attività artistica come poeta lineare nel 1961 (cfr. La condizione instabile, Archivio Denza 1974), per poi passare rapidamente alla ricerca verbo-visiva. A partire dal 1963 entra in contatto con il fiorentino Gruppo 70 e stringe personale amicizia con Eugenio Miccini. Sempre nel 1963 fonda e dirige la prima di moltissime riviste di esoeditoria di cui sarà ideatore nella propria carriera, Il Tarlo Valsabbino. Fin da questi primi anni di militanza nel mondo artistico svolge un’intensa attività editoriale e organizzativa, ed espone in Italia e all’estero le sue opere, entrando in contatto con artisti come Ugo Carrega, Julien Blaine, Jean-François Bory, Jochen Gerz, Paul De Vree, Jean-Claude Moineau e critici come Gillo Dorfles. Nel 1968 fonda con Enrico Pedrotti la Galleria-Libreria La Comune di Brescia e poco più tardi inaugura le pubblicazioni della rivista «Amodulo» e delle omonime Edizioni. Sempre nella città lombarda Sarenco aprirà negli anni importanti spazi espositivi come la galleria Amodulo (1970) e lo Studio Brescia (1972). Nel 1971 fonda con Paul De Vree la rivista «Lotta Poetica» tentando di unire il lavoro della casa editrice Amodulo con quello della belga De Taffelronde. Sotto la direzione dei due, la rivista avrà una vita piuttosto lunga e sarà edita in tre serie (1971/1975; 1982/1984 e 1987). Nel 1972 Sarenco espone per la prima volta presso la Biennale di Venezia (vi tornerà altre due volte, nel 1986 e nel 2001). Nello stesso anno fonda con Eugenio Miccini, la casa editrice SAR.MIC con lo scopo precipuo di promuovere il lavoro di numerosi poeti visivi italiani e internazionali. Nel 1977, sempre con Miccini, dà vita alla casa editrice Factotum Art e alla conseguente rivista «Factotum» (1977/1979). In questi anni partecipa attivamente anche alla programmazione della galleria Centro di Paolo Berardelli a Brescia e si impegna in prima persona nello sviluppo dell’Archivio Denza di poesia visiva con cui collabora dal 1970. Negli anni Ottanta fonda la rivista di dischi «RadioTaxi» (1982/1984), con la quale pubblica in versione audio importanti autori di poesia d’avanguardia e sperimentale. Nello stesso periodo apre a Illasi (Vr) la Domus Jani, centro di ricerca culturale e fonda con Miccini Verona Voce. Il mensile intelligente di Verona. Nel 1984 realizza il suo primo cortometraggio, Collage, e l’anno seguente viene invitato al XLII Festival del cinema di Venezia. Negli anni successivi realizzerà altri cinque film: In attesa della terza guerra mondiale nel 1985, Benvenuto grande cinema nel 1987, Pagana nel 1988, Safari nel 1990 e Performance nel 1993. Dal 1982 Sarenco intraprende numerosi viaggi in Africa che lo porteranno ad instaurare un legame profondo con questa terra, tanto da decidere di trasferirsi per un lungo periodo in Kenya e di dedicarsi con grande entusiasmo alla promozione dell’arte e della fotografia africana. Da questo momento in poi l’Africa diventa protagonista all’interno della sua produzione artistica: l’opera più emblematica di questo suo nuovo percorso è senza dubbio l’installazione La platea dell’Umanità, presentata alla Biennale di Venezia del 2001. Il lavoro è composto dall’assemblage di oltre 300 opere: dipinti, disegni, tavole incise, sculture di grandi dimensioni realizzate a Malindi in Kenya, da artisti e artigiani locali. Personaggio senza dubbio eclettico Sarenco si dedica nel corso degli anni anche alla sperimentazione video e sonora; nei suoi lungometraggi riprende l’idea del collage montando, senza un apparente intento narrativo, scene di diversa ambientazione e tematica. Scrive il suo primo soggetto cinematografico nel 1968, che poi gira nel 1984 con il titolo Collage. A Malindi apre quindi una galleria d’arte e pubblica raccolte poetiche e poetico-visive, come Malindi dias, Malindi e M.A.L.I.N.D.I., e organizza importanti esposizioni come la Prima Biennale d’Arte Contemporanea di Malindi. L’anno successivo viene invitato a presentare la pellicola al Festival del Cinema di Venezia. A questa ne seguono altre cinque: In attesa della terza guerra mondiale nel 1985, Benvenuto grande cinema nel 1987, Pagana nel 1988, Safari nel 1990 e Performance nel 1993. Anche negli ultimi anni, tra l’Italia e il Kenia, Sarenco persevera nella propria azione di promoter, organizzatore culturale e artista visivo. Tra le ultime imprese ricordiamo la fondazione della rivista «Sarenco’s», la nuova seria di «Lotta Poetica» (The New Lotta Poetica), la costituzione della Galleria Sarenco Club e di alcuni centri come l’Archivio Europeo del Film e del Video d’Artista.
Sarenco ha realizzato con Sergio Dangelo Bella come la bella Blanzesmano, Edizioni rare 1988; con Paul de Vree, Il libro 1968-71, Amodulo 1976; con Richard Onyango M.A.L.I.N.D.I., Parise 1991. Molto più numerosi e rilevanti i libri d’artista, o i libri di poesie visive pubblicati individualmente da Sarenco, tra cui non si può non ricordare Achtung Dichter pubblicato dall’editore Sampietro come “fuori numerazione” nella collana «Underground/A» (1972).

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Ricorda Renato Corsini, direttore del Macof:Nel 2016 avevamo curato insieme la mostra Due poeti a Brescia alla Fondazione Berardelli. E l’anno scorso abbiamo condotto con un’esposizione su Fabrizio Garghetti la rivalutazione di un archivio che racconta la nostra storia recente da un punto di vista affascinante”.
Gli ultimi tempi sono stati un calvario. Il trapianto, la dialisi, le ricadute. Le febbri. La broncopolmonite che ha colpito, infine, un fisico ormai provato. Ma la curiosità per la vita non è mai venuta meno.
Gian Paolo Laffranchi: “Due anni fa era stato colpito da un ictus, eppure dopo 3-4 mesi era già in piedi. Una forza d’animo pazzesca. Solo una settimana fa parlavamo di nuove mostre. Un carattere forte.

Il precursore della poesia visiva è stato salutato da una quindicina di intimi senza cerimonie funebri per sua espressa volontà.

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Principali mostre

1970 – Stedeljik Museum, Amsterdam
1972 – Biennale di Venezia; Documenta di Kassel
1986 – Biennale di Venezia
1995 – Rocca di Umbertide
2001 – Biennale di Venezia
2002 – Mostra Nazionale Svizzera, Biel
2004 – Fondazione Mirò, Barcellona; Biennale di Siviglia
2006 – Castello Visconteo, Pavia
2007 – Biennale di Malindi
2008 – Franco Riccardo, Napoli
2009 – Centre Culturel Français, Pointe Noire; Centro Allende, La Spezia; Fondazione Berardelli, Brescia; Biennale di Malindi, Malindi


 

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Antonio Marras: Nulla dies sine linea, Triennale di Milano

Dal 22 ottobre 2016 al 21 gennaio 2017 La vita vera non si può ridurre a parole dette o scritte, nessuno può farlo, mai. La vita vera si svolge quando siamo soli, quando pensiamo, percepiamo, persi nei ricordi, trasognati eppure presenti a noi stessi, gli istanti submicroscopici… Diventiamo quello che siamo sotto i pensieri che scorrono…
Per saperne di più

Boccioni: genio e memoria, MART, Rovereto, (TN)

“Sono stato molto in casa per lavorare e per sistemare tante piccole cose che troverò al mio ritorno. Ciò mi dà l’idea di avere un punto di fermata. In cinque anni di lavoro ho disperso tutto e non ho nulla. Voglio cominciare ad ordinare e tenere disegni, oggetti e ricordi!”
Umberto Boccioni, Diario, Milano, 30 agosto 1907 

Immagini della mostra e conferenza stampa


Nella ricorrenza del primo centenario della morte di Umberto Boccioni (1882-1916), il Comune di Milano e il Mart di Rovereto celebrano l’artista con due mostre che ne evidenziano, alla luce anche di documenti inediti, il percorso artistico e la levatura internazionale. Dopo il successo a Palazzo Reale di Milano, la mostra Umberto Boccioni. Genio e memoria si presenta in una nuova e inedita versione espositiva nelle sale del Mart.
Il progetto offre un percorso selettivo sulle fonti visive che hanno contribuito alla formazione e all’evoluzione dello stile dell’artista futurista. L’esposizione, frutto di un lavoro di ricerca svolto dai Musei Civici di Milano e promossa dalla Soprintendenza del Castello Sforzesco in collaborazione con il Museo del Novecento, il Mart di Rovereto e la casa editrice Electa, presenta circa 180 opere tra disegni, dipinti, sculture, incisioni, fotografie d’epoca, libri, riviste e documenti ed è sostenuta da prestiti e collaborazioni di importanti istituzioni museali e collezioni private italiane e straniere.
Umberto Boccioni. Genio e memoria dialoga con l’attività espositiva del museo, con le opere presenti nelle Collezioni museali e con i progetti della Casa d’Arte Futurista Depero, seconda sede del Mart. La mostra si lega, inoltre, all’attività di ricerca dell’Archivio del ‘900 del Mart, presso cui ha sede il CISF, Centro Internazionale Studi sul Futurismo.

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Il Mart è il museo del Futurismo. Il più significativo movimento storico del primo Novecento vive infatti nelle nostre Collezioni, nei preziosi materiali dei nostri archivi storici, nelle sale della Casa d’Arte Futurista Depero, nelle pubblicazioni, nelle ricerche, nei laboratori per famiglie, nelle visite guidate. Da tutto il mondo pubblico e ricercatori si recano a Rovereto per scoprire il nostro patrimonio ed è proprio partendo da questa inestimabile ricchezza che costruiamo il nostro programma di attività. Il Futurismo ci appartiene e ci riguarda, tratteggia la nostra attività e ci rappresenta.
Nel 2016, quindi, non potevamo non celebrare l’anniversario della morte di uno dei più interessanti e noti artisti futuristi: Umberto Boccioni. La grande mostra che inauguriamo oggi conferma il nostro impegno, la visione che abbiamo, la capacità di contribuire al dibattito scientifico e, allo stesso tempo, di emozionare il grande pubblico.
Si tratta di un grande progetto curatoriale, reso possibile da una intensa collaborazione con alcune tra le maggiori istituzioni culturali italiane. Le politiche culturali sono anche sinergia, condivisione, economia di scala. La mostra di Boccioni concretizza queste istanze.
Ilaria Vescovi, presidente del Mart

La mostra dedicata alla figura di Umberto Boccioni rappresenta per il Mart l’occasione per indagare nuovi motivi in merito all’opera di uno dei massimi protagonisti del Novecento. In continuità con le recenti esposizioni tenutesi a Rovereto, il progetto contribuisce all’intento di tracciare una traiettoria che dalla crisi della pittura nella seconda metà dell’Ottocento possa portare alla considerazione di una continuità storica, tematica e attitudinale nel cuore della grande arte del Novecento italiano ed europeo non riducibile al concetto di un’avanguardia senza memoria.
La mostra conferma anche una delle principali vocazioni del nostro museo, sensibile alle ricerche sull’invenzione della modernità con particolare attenzione, nella città di Fortunato Depero, alle ricognizioni critiche sul Futurismo. Proprio dai fondi documentari del Mart emergono alcune testimonianze che integrano lo straordinario percorso predisposto per la recente mostra a Palazzo Reale.
Occorre sottolineare l’importanza e il coraggio di un progetto che nulla concede alla moda delle rassegne su figure capitali dell’arte, ma si avvale di opere fondamentali e documenti e fonti che con grande rigore ci ricordano la responsabilità nel pensare alla sensatezza e alle ragioni che dovrebbero sostenere un’esposizione come un contributo interpretativo e di prospettiva culturale nella valorizzazione del patrimonio affidato ai musei pubblici. Su tale condivisa responsabilità si è fondata la possibilità di questa importante iniziativa e della prestigiosa collaborazione con la città di Milano.
Gianfranco Maraniello, direttore del Mart

Umberto Boccioni. Genio e memoria è una mostra concepita dai curatori con un originale taglio critico che offre un percorso selettivo sulle fonti visive che hanno contribuito alla formazione e all’evoluzione dello stile dell’artista.
L’attività di Umberto Boccioni viene esplorata a Rovereto attraverso accostamenti con le opere dei suoi contemporanei e con preziosi materiali d’archivio. In un allestimento sobrio, serrato e filologicamente rigoroso, vengono presentate oltre 180 opere di tipologie e tecniche diverse distribuite in cinque sezioni intitolate: Atlante, Sogno simbolista, Veneriamo la Madre, Fusione di una forma con il suo ambiente, Dinamismi. La mostra di Rovereto non segue un andamento rigorosamente cronologico, ma piuttosto uno sviluppo tematico, con l’Atlante delle immagini e le carte boccioniane della Biblioteca Civica di Verona esposti all’inizio del percorso, come una sorta di autobiografia dell’artista che funziona da sorgente irradiante del percorso.
I fulcri tematici scandiscono il racconto di una straordinaria parabola artistica, dal Divisionismo al Futurismo, da una dimensione intimistica, ancora affascinata dal clima simbolista di inizio secolo e ricca di rimandi all’arte del passato, a una vitalistica apertura al mondo esterno stimolata dall’ideologia di Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del movimento futurista.
Il percorso coinvolge quindi lo spettatore nel ritmo incalzante delle trasformazioni dello stile che Boccioni ha compiuto, con energia, capacità tecnica e rapidità impressionanti, nell’arco di poco più di un decennio, tra il 1903 e il 1916.
Dopo le prime sale dedicate al tema della memoria, con l’Atlante e i Diari, che costituiscono il vero e proprio cuore della mostra, il percorso si snoda attraverso soggetti che rivelano l’intensa stagione simbolista di Boccioni (Sogno simbolista), con opere messe in rapporto con esempi della produzione di Previati, Bistolfi, Fornara, Romolo Romani, Rops, Redon e altri.
La parte centrale e più ampia della mostra vede protagonista la figura della madre, presente in numerosi ritratti che dalla scomposizione del colore divisionista arrivano alla scomposizione della forma e alla compenetrazione tra soggetto, luce e ambiente, tipica dell’avanguardia futurista. Una ricerca, quella di Boccioni, che culmina qualitativamente nelle celebri sequenze dei disegni con i Dinamismi, raggruppati nelle ultime sale intorno alla celebre scultura Forme uniche della continuità nello spazio.
I disegni provenienti dal Castello Sforzesco, il corpus grafico boccioniano più rappresentativo al mondo, insieme a opere appartenenti ad altre collezioni pubbliche e private, evidenziano il ruolo fondamentale del linguaggio grafico nella ricerca dell’artista e costituiscono, unitamente a una serie di documenti scritti e visivi, la struttura portante della mostra.
Umberto Boccioni. Genio e memoria è indubbiamente un progetto di ricerca ricco di novità documentarie che fa emergere la memoria e le fonti visive alle origini dell’arte di Boccioni.
L’esposizione si basa sul rinvenimento di una serie di scritti e documenti inediti riferiti all’artista, riscoperti di recente presso la Biblioteca Civica di Verona, e sull’eccezionale corpus dei disegni del Castello Sforzesco, integrati dai documenti provenienti dai fondi archivistici dell’Archivio del ’900 del Mart di Rovereto e da alcuni dipinti determinanti nella produzione dell’artista.
In mostra, per esempio, il Nudo di spalle (Controluce) (1909), proveniente dalle collezioni del Mart; ma anche Forze di una strada (1911) del City Museum of Art di Osaka; Elasticità (1912) del Museo del Novecento di Milano; e la celeberrima scultura, icona della plastica futurista e riprodotta sulle monete italiane da venti centesimi di euro, Forme uniche della continuità nello spazio (1913), proveniente dall’Israel Museum di Gerusalemme (Surmoulage del 1972).
La novità del concept espositivo è costituita da un nuovo approccio metodologico allo studio della produzione boccioniana, esplorata in rapporto ai referenti visivi antichi e moderni che segnarono profondamente la formazione dell’artista, individuabili in particolare nell’arte antica, nel Rinascimento italiano e nordico, nella ritrattistica barocca, nella cultura dell’Impressionismo e del Divisionismo, dei Preraffaelliti e del Simbolismo e nelle tendenze più aggiornate dell’arte visiva europea, dal Postimpressionismo al Cubismo. Tutti questi riferimenti sono contenuti nei tre diari giovanili (rivelatori, per l’approfondimento del contesto culturale del periodo, resi disponibili dalla Getty Research Library di Los Angeles) e soprattutto nelle tavole dell’Atlante, un vero e proprio diario figurativo, costituito da ritagli di immagini di opere d’arte composte su grandi cartelle, grazie al quale è possibile approfondire ulteriormente i rapporti di Boccioni con i suoi referenti visivi nonché il metodo, le intuizioni e gli sviluppi del suo lavoro artistico. Un materiale eccezionale pubblicato integralmente nel giugno scorso da Agostino Contò e Francesca Rossi in un regesto edito da Scalpendi, intitolato Umberto Boccioni Atlas.


Le sezioni della mostra

Atlante
La prima sala della mostra riunisce memorie visive e strumenti del pensiero di Boccioni, dai tre Diari giovanili (1907-1908) all’Atlante, dalle fotografie che ritraggono l’artista a illustrazioni con riproduzioni di antichi dipinti che egli raccolse nei suoi viaggi di studio. Due opere originali, un’incisione di Dürer e un dipinto di Frank Brangwyn, documentano il suo legame con i maestri antichi e contemporanei.
I grandi fogli dell’Atlante delle immagini costituiscono un ricco repertorio iconografico, selezionato e raggruppato sistematicamente, che porta alla luce la complessità della cultura visiva di Boccioni, in una prospettiva di continuità storica più che di rottura. I duecentosedici ritagli che compongono questa cartella sono tratti da riviste e albi illustrati della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento. Le altre due cartelle assemblano, invece, ritagli di articoli di giornali e riviste relativi a iniziative e manifestazioni del movimento futurista e alla vicenda personale di Boccioni negli anni 1912-1915.
Uno spazio apposito è dedicato alla memoria degli affetti rappresentata da alcuni ritratti, dipinti e disegni, che l’artista ha realizzato tra il 1906 e il 1915.

Sogno simbolista
Tra il 1906 e il 1907, i soggiorni a Parigi e in Russia e le visite ai musei di altre città europee permettono al giovane Boccioni di approfondire la conoscenza dell’arte internazionale, unendo allo studio degli antichi maestri uno spiccato interesse per gli artisti simbolisti che conosce anche grazie alla lettura di “Ver Sacrum”, “Simplicissimus” e “Jugend”, riviste fondate nel clima delle Secessioni, nonché di “Emporium”, il periodico diretto da Vittorio Pica che maggiormente diffonde, in Italia, la cultura modernista.
Sono qui esposti, in una fitta serie di relazioni con opere di altri artisti, da Previati a Fornara a Romolo Romani, a Rops e Redon, soggetti come Beata solitudo sola beatitudo, Quelli che vanno, famoso dipinto appartenente al ciclo degli Stati d’animo, e il Sogno – Paolo e Francesca.

Veneriamo la madre
La figura femminile e in particolare quella della madre rivestono un ruolo centrale nell’immaginario di Boccioni. I numerosi ritratti della madre Cecilia Forlani, della sorella Amelia, dell’amica Ines e di altre donne conosciute dall’artista mostrano l’evoluzione del suo stile. L’uso del controluce e di altri, suggestivi, effetti luminosi caratterizzano la maggior parte di questi ritratti che, seppur diversi per stile e ispirazione, rappresentano un’ossessione costante nella ricerca della personificazione dell’amore e dell’adorazione filiale.

Fusione di una forma con il suo ambiente
Fino al 1908 circa, la pittura di paesaggio di Boccioni si inserisce nel solco del tipico gusto divisionista per le vedute campestri osservate en plein air. Ma con il trasferimento a Milano, in un quartiere periferico in pieno sviluppo edilizio, l’artista comincia a osservare un paesaggio moderno, in continua trasformazione. Nella visione futurista della città moderna che si realizza nel 1911 in dipinti come Forze di una strada tutto si compenetra poiché tutto appare simultaneamente. All’origine del processo di compenetrazione delle forme con l’ambiente vi è, ancora una volta, lo studio della luce. Lo stesso studio che Boccioni esplorerà nei disegni preparatori alle sculture. Entro l’estate del 1913 completa una dozzina di sculture in gesso, in alcuni casi con inserti polimaterici, che presenta in una mostra personale itinerante a Parigi, Roma e Firenze. Le sculture, oggi in gran parte perdute e documentate da alcune foto storiche, erano esposte accanto a decine di disegni raggruppati per temi che evidenziavano i principali concetti su cui si concentrava la sua ricerca plastica: il dinamismo della forma umana, il prolungamento degli oggetti nello spazio, la modellazione della luce e dell’atmosfera, la fusione della testa con l’ambiente e le “forme uniche della continuità nello spazio”.

Dinamismi
La ricerca di Boccioni verso una fusione dinamica tra lo spettatore, l’ambiente e lo spazio in continua trasformazione approda programmaticamente al dinamismo plastico con il dipinto Elasticità, capolavoro del 1912. L’artista inizia allora a lavorare assiduamente sulla sintesi plastica del movimento anche nell’ambito della scultura: “Per rendere un corpo in moto, io non do, certo, la traiettoria… ma mi sforzo di fissare la forma che esprime la sua continuità nello spazio”, afferma.
Dalle verifiche teoriche che egli opera in una straordinaria serie di disegni sul tema del movimento del corpo umano discendono celebri dipinti e sculture originalissime come Forme uniche della continuità nello spazio, il più celebre dei suoi lavori plastici.


Boccioni: genio e memoria
Dal
5 novembre 2016 al 19 febbraio 2017
A cura di: Francesca Rossi con la collaborazione di Agostino Contò
Infoline: 800 397760
Contatti
Tel. 0464 438887; Numero verde 800 397760 – info@mart.trento.it – mart@pec.mart.tn.it – www.mart.tn.it/mostre
OrariMar-Dom 10-18; Venerdì 10-21; Lunedì chiuso
Biglietti: Intero: 11 €; Ridotto: 7 €; Hanno diritto al ridotto: visitatori dai 15 ai 26 anni di età; dai 65 anni di età; gruppi di visitatori di almeno 15 persone; soci o tesserati di enti convenzionati con il Museo; Amici dei musei convenzionatiBiglietto famiglia: 22 €; Biglietto unico tre sedi (Mart Rovereto + Casa Depero Rovereto + Civica Trento): Intero 14 € – Ridotto 10 €; Ingresso gratuito: ragazzi fino a 14 anni, Mart Membership e scolaresche; Amici dei Musei convenzionati, ICOM, AMACI, ANISA, CIMAM, Museum Pass Trento Rovereto Città di Culture, disabili (con accompagnatore per chi lo necessita), guide turistiche e interpreti turistici (in attività professionale), capigruppo e insegnanti accompagnatori di scolaresche, giornalisti (con tessera professionale), forze dell’ordine, professionisti settore Beni e Attività Culturali (Ministero e Soprintendenze).; Ingresso gratuito ogni prima domenica del mese
Gli orari di apertura e le tariffe possono essere soggetti a variazioni.
Si consiglia pertanto prima della visita di verificare al numero verde 800 397760
Ufficio Stampa: Susanna Sara Mandice: Tel. 0464 454124 – M. 334 6333148 – press@mart.tn.it – @mart_museum – s.mandice@mart.trento.it – @susellasara – press@mart.trento.it

MART
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