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Archivi categoria : Fotografia

JACQUES HENRI LARTIGUE FOTOGRAFO, Il tempo ritrovato, Museo Bagatti Valsecchi, Milano

"Vorrei catturare tutto anche l'inafferrabile...
Imbalsamare le cose che la vita mi offre davanti agli occhi."

Con la fotografia Henri Lartigue blocca la transitorietà, poi se ne sente la necessità approfondisce con la pittura e con la scrittura completa il resto, annotando maniacalmente anche le condizioni meteorologiche sul suo diario/non-diario. Lartigue è l'uomo che guarda.
I suoi album fotografici lo accompagnano ovunque vada. In questo vi è un legame con i Bagatti Valsecchi che si portavano le fotografie della loro casa da condividere con gli amici. 
Henri Lartigue ama il bello e insegue la felicità, rimuovendo la negatività, la tristezza, il dolore. Si fa struzzo e ci regala con le sue immagini un mondo perduto, il suo mondo felice. Il ricordare è un bisogno ossessivo come un collezionista insegue il suo tempo. Le donne sono un'altro suo piacere, immagine del bello che ritrae in posa o cattura nelle passeggiate, negli abiti alla moda. Fotografa affascinato il movimento delle auto, del gatto, delle persone, futurista inconsapevole. La fotografia è un piacere personale, un suo bisogno profondo di preservare, di rendere suo ciò che lo affascina. Non gli interessa la tecnica ma comunque il realizzare una bella fotografia. Più tardi alla Sorbona studierà per apprendere la nuova tecnica del colore che utilizzerà per i paesaggi provenzali e la vita che vi scorre lenta. Il colore lo porterà alla ribalta internazionale con una mostra al MoMa di NewYork e un'inserto speciale di Life, lui settantenne, fotografo solo per se stesso, inconsapevole del mondo professionale che lo circondava, si confronterà con i grandi maestri.
Questi 33 scatti inseriti perfettamente nel Museo ci conducono Alla ricerca del tempo perduto, rubando il titolo a Proust che Lartigue non aveva mai letto.


Il Museo Bagatti Valsecchi torna ad ospitare la fotografia contemporanea con l’arte di Jacques Henri Lartigue protagonista, dal 29 settembre fino al 26 novembre 2017, di una piccola ma importante mostra internazionale - a cura di Angela Madesani - che racconta attraverso i suoi scatti il fotografo francese.
Trentatre immagini, tra vintage e modern print, narrano la vita dell’alta borghesia francese a partire dalla Belle Époque: la famiglia, i viaggi, la passione per le corse automobilistiche, gli intellettuali e i personaggi - da Pablo Picasso a Jean Cocteau - che hanno segnato la storia dei primi decenni del Novecento.
La mostra presenta materiali originali provenienti dalla Donation Jacques Henri Lartigue e costituisce una rara occasione di conoscenza e divulgazione della ricerca dell’artista, i cui scatti sono custoditi nelle collezioni permanenti di noti musei quali le Galeries Nationales del Grand Palais di Parigi.
L’importanza del lavoro di Lartigue non è solo di natura fotografica ma più ampiamente culturale: le sue immagini offrono un ritratto dell’alta società dall’allure inconfondibilmente francese ma anche incredibilmente vicino ai riti e ai costumi dell’aristocrazia internazionale, fatti propri dagli stessi Bagatti Valsecchi, nei medesimi anni.

Le atmosfere sono quelle della Recherche di Proust: le spiagge, gli ippodromi, gli incontri mondani. Si tratta di foto in grado di suscitare emozioni, rimandi iconografici e non solo a un mondo definitivamente scomparso.
Pittore e fotografo, Jacques Henri Lartigue (Courbevoie 1894 - Nizza 1986), rivela con chiarezza nei suoi diari cosa lo abbia spinto a fotografare: il desiderio di fissare le immagini e i momenti felici che il tempo inevitabilmente porta via. Lo fa per tutta la vita, scrivendo e fotografando il proprio mondo. Viene finalmente riconosciuto come grande fotografo a 70 anni, con la prima mostra fotografica personale al MoMA di New York.
Nel 1979 dona l’intera sua opera fotografica allo stato francese che istituisce l’Association des Amis de Jacques Henri Lartigue denominata poi Donation Jacques Henri Lartigue.

“Lartigue’s photography captures the nuances of time, it is both gloriously eternal and a perfect embodiment of its age,” says °CLAIR director Anna-Patricia Kahn.

Jacques Henri Lartigue, a 69 anni, ha esposto per la prima volta alcune delle sue numerose fotografie, fatte nel corso della sua vita. Siamo nel 1963 al MoMA di New York. Nello stesso anno, la rivista Life gli dedica un inserto. Nello stesso numero c'è l'annuncio della morte del presidente John Fitzgerald Kennedy, che fa il giro del mondo. Lartigue diviene improvvisamente uno dei grandi nomi della fotografia del XX secolo e ciò lo lascia sbalordito.
Jacques si avvicina alla fotografia grazie a suo padre nel 1900. Rispondendo all'entusiasmo di suo figlio, Henri Lartigue gli regala la sua prima macchina fotografica all'età di otto anni, nel 1902. Da allora non smette di fotografare la sua vita di bambino, punteggiata da viaggi in auto, vacanze in famiglia e soprattutto dalle invenzioni del fratello maggiore Maurice, soprannominato Zissou.
I due fratelli sono appassionati dell'automobile, dell'aviazione e di tutti gli sport allora in voga. Jacques li registra con la sua macchina fotografica. Continuerà da adulto a frequentare gli eventi sportivi e praticare alcuni sport riservati all'elite: sci, pattinaggio, tennis, golf …
Tuttavia, per questo ragazzo, così ansioso di conservare il tempo che passa, la fotografia è insufficiente. Infatti come dire tutto e mantenerlo in un'immagine presa in pochi secondi? Inizia così a scrivere un diario che avrebbe continuato a tenere per tutta la vita. Poi per impegnarsi in un'attività riconosciuta, cominciò a disegnare e a dipingere.
Nel 1915 frequenta brevemente l'Accademia Julian. La pittura diventa e rimarrà la sua attività professionale. Dal 1922 espone in diversi Salons di Parigi e nel sud della Francia. Nel frattempo, nel 1919, Jacques sposa Madeleine Messager, figlia del compositore André Messager e da lei avrà un figlio Dani, nato nel 1921. Divorziano nel 1931.
Fino agli inizi del 1930, ha condotto una vita lussuosa e mondana. Ma la fortuna dei Lartigues sta diminuendo e Jacques è costretto a trovare altre fonti di reddito. Rifiutandosi di lavorare per paura di perdere la sua libertà, vive solamente della sua pittura negli anni trenta e quaranta. Già negli anni '50, a differenza della leggenda che lo volle sconosciuto, Lartigue cominciò ad esistere come fotografo, pur continuando a dipingere. 
Nel 1962, con la sua terza moglie Florette, Jacques si imbarcò a bordo di un cargo con destinazione Los Angeles. Una breve deviazione sulla Costa Est lo fa incontrare Charles Rado, dall'agenzia Rapho,che contatta John Szarkowski, allora giovane curatore del reparto fotografico del MoMA. L'entusiasmo è generale. Nel 1975, la prima retrospettiva del suo lavoro si è tiene presso il Musée des Arts Décoratifs di Parigi. Un anno prima, Lartigue aveva fatto la fotografia ufficiale del Presidente della Repubblica, Valéry Giscard d'Estaing.
Nel 1979 la firma dell'atto di donazione: Lartigue è stato il primo fotografo francese a donare, durante la sua vita, il suo lavoro allo Stato francese. Affida all'Associazione Amici di Jacques Henri Lartigue la conservazione e la diffusione del fondo. Nel 1980, la mostra "Bonjour Monsieur Lartigue" al Grand Palais risponde al desiderio di Lartigue di veder aprire il suo "museo". Fino ai suoi ultimi giorni di vita ha continuato il suo lavoro di fotografo, pittore e scrittore.
Muore a Nizza il 12 settembre 1986 all'età di 92 anni, lasciando più di 100.000 fotografie, 7000 pagine di giornali e 1500 dipinti.

Jacques Henri Lartigue, 1919

“I would like to capture everything, even the unattainable,” Jacques Henri Lartigue wrote in his journal. From September 29th to November 26th, 33 highly personal photographs are presented in “Jacques Henri Lartigue Photographer, Time rediscovered” at the Bagatti Valsecchi Museum in Milan, in the heart of a neo-Renaissance mansion belonging to a noble family. 
These emblematic images have one thing in common: like a delicate madeleine cake, they evoke the memory of lost time. The intimate chronicle of an elegant lifestyle, testimony to a bygone era, these images include the favorite motifs of this artist who considered himself “a captor of things life offers me passing by”: games, family vacations, portraits of friends, sports, social events…
The exhibition, organized by Angela Madesani, and catalog were produced in collaboration with the Clair gallery in Munich/Saint-Paul-de-Vence.


JACQUES HENRI LARTIGUE FOTOGRAFO. Il tempo ritrovato
A cura di
Angela Madesani
Dal
29 settembre al 26 novembre 2017
Orari:
Da martedì a domenica, 13 - 17.45 (chiuso tutti i lunedì e il 1 novembre)
Ingresso
: intero € 9, ridotto € 6

Visite guidate gratuite: 14, 21 ottobre, ore 16.00; 4, 25 novembre, ore 16.00
Racconti di ritratto > Laboratori per famiglie: 14 ottobre, ore 15.30; 18 novembre,  ore 15.30
Conferenze con la curatrice: Mercoledì 18 ottobre, ore 18.30 > Jacques Henri Lartigue e la fotografia; Mercoledì 8 novembre, ore 18.30 > I grandi dilettanti della fotografia
Catalogo edito da: Scalpendi

Immagini: per gentile concessione dalla °CLAIR Gallery di Saint-Paul-de-Vence (FR) - ,© Ministère de la Culture- France 7 AAJHL - Silvia Gazzola
Donation Jacques Henri Lartigue - Ministère de la Culture
rue du Séminaire de Conflans 11
94220 CHARENTON-LE-PONT
Tel. 01 77 01 84 20 - lartigue@lartigue.organna@clair.me
Ufficio stampa Museo Bagatti Valsecchi: Benedetta Marchesi - b.marchesi@museobagattivalsecchi.org - Tel. 02 7600 6132

JACQUES HENRI LARTIGUE FOTOGRAFO
IL TEMPO RITROVATO 

A cura di Angela Madesani

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Nino Migliori: Il tempo, la luce, i segni, M77 Gallery, Milano

M77 Gallery presenta la rassegna centrata sulla ricerca e sulla sperimentazione tra gli anni ’50 e ’70 di Nino Migliori (Bologna, 1926), uno dei grandi maestri della fotografia europea del XX secolo.
Il tempo, la luce, i segni attraversa trent’anni di lavoro di Migliori, evidenziando l’evoluzione e le molteplici invenzioni che sin dagli esordi hanno affiancato una pratica fotografica improntata ad una appassionata narrazione fatta di umana delicatezza.
La mostra si presenta come una sorta di viaggio circolare attraverso tre “serie” della produzione del fotografo bolognese: le prime sperimentazioni avanguardistiche degli anni ’50,la ricerca degli anni ’70, e la rappresentazione dell'Italia degli anni ’50 che, dall’Emilia Romagna (La serie “Gente dell'Emilia”) ai piccoli centri del Meridione più profondo (“Gente del Sud”), affrontava la rinascita del dopoguerra.

Nino Migliori, Gente dell'Emilia

Paradossalmente la rappresentazione dell'Italia sembra bloccata nel tempo, nell'istante magico in cui le persone vengono colte, mentre si rimane quasi increduli dall'attualità delle sperimentazioni "off-camera" che cominciano nel 1948, anticipando di almeno vent'anni quanto riproporanno le ricerche di altri fotografi e artisti visivi. Bisogna ricordare che in quegli anni insieme agli amici Tancredi, Emilio Vedova frequenta il salotto di Peggy Guggenheim a Venezia e a Bologna Vasco Bendini, Vitto Mascalchi, Luciano Leonardi, come ricordava ieri sera. Michele Bonuomo sottolineava che più che lo scatto gli interessava cosa avvenisse all'interno della macchina fotografica. Nino Migliori, architetto della visione, colui che sa guardare "altrove".

Nino Migliori, Peggy Guggenheim, 1958. © Fondazione Nino Migliori

La serie dedicata alla sperimentazione pura condotta negli anni ’50 è caratterizzata da tecniche che non prevedono l’utilizzo e la mediazione della macchina fotografica. Con questa ricerca, Migliori ha voluto prendere le distanze da una rappresentazione “documentaristica” per concentrarsi sulla materia stessa della fotografia e riflettere sul gesto, sulla velocità e sulla spazio fermati in una sola immagine: un “unicum”.
Tra le sperimentazioni in mostra figurano i pirogrammi, ovvero immagini ottenute dall’accostamento di negativi a fonti di calore. I negativi, parzialmente bruciati, sono dilatati e stampati su tela fotografica di grande formato.

Nino Migliori, Clichè-verre, 1950

Altri lavori esposti si rifanno alla storia della grafica, i clichés verres, tecnica  ottocentesca in cui il negativo fotografico è lavorato e inciso a mano: una sorta di riflessione da paziente “amanuense” su una gestualità non replicabile. A questa serie sperimentale appartengono infine anche i due fotogrammi del 1977.

Nino Migliori, Top Paki, 1977

Tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70 Nino Migliori si concentra su quella che oggi è una delle sue più conosciute e apprezzate ricerche: la documentazione dei muri delle città italiane. Segni lasciati su una parete anonima che definiscono una presa di coscienza o soltanto una dichiarazione di esistenza. La figura umana è definitivamente scomparsa: nelle immagini restano soltanto gesti e frammenti di parole sufficienti per evocare storie che intrecciano amore, ironia, rabbia e passioni.

Nino Migliori, Muri, 1952

A completamento della rassegna, si ritorna alla stagione realista degli anni ’50, quando Nino Migliori coglie con scatti umani e perentori quell'Italia dolente che nella guerra aveva perso tutto, ma non la speranza e la dignità. Icona assoluta di questa stagione irripetibile è Il Tuffatore, ormai mitica fotografia del 1951, “bloccato” per sempre da Migliori sul molo di Rimini. In un solo fotogramma.

Nino Migliori, Il Tuffatore, 1951

La mostra è accompagnata da un volume con un testo di Michele Bonuomo è aperta  al pubblico da martedì 17 ottobre 2017 sino a sabato 27 gennaio 2018.

Nino Migliori, M77 Gallery, Milano, © Gianni Marussi

La fotografia di Nino Migliori, dal 1948, svolge uno dei percorsi più diramati e interessanti della cultura d’immagine europea. Gli inizi appaiono divisi tra fotografia neorealista con una particolare idea di racconto in sequenza, e una sperimentazione sui materiali. Da una parte, quindi, in pochissimi anni, nasce un corpus segnato dalla cifra stilistica dominante dell’epoca, il cosiddetto neorealismo: una visione della realtà fondata sul primato del “popolare”, con le sue subordinate di regionalismo e di umanitarismo. Sull’altro versante Migliori produce fotografie off-camera, opere che non hanno confronti nel panorama della fotografia mondiale, sono comprensibili solo se lette all’interno del versante più avanzato dell’informale europeo con esiti spesso in anticipo sui più conosciuti episodi pittorici. La ricerca continuerà nel corso degli anni coinvolgendo altri materiali e tecniche: polaroid, bleaching.
Dalla fine degli anni Sessanta il suo lavoro assume valenze concettuali ed é questa la direzione che negli anni successivi tende a prevalere. Sperimentatore, sensibile esploratore e alternativo lettore, le sue produzioni visive sono sempre state caratterizzate da una grande capacità visionaria che ha saputo infondere in un’opera originale ed inedita. Nuovi scenari e seduzioni si dispongono nell’opera in cui il progetto diviene composizione, territorio di esplorazione e punto di riflessione critica. Riflessione sull’uso della fotografia, sulla sua testimonianza attraverso la scoperta di rinnovate gestualità e contaminazioni.
È l’autore che meglio rappresenta la straordinaria avventura della fotografia che, da strumento documentario, assume valori e contenuti legati all’arte, alla sperimentazione e al gioco. Oggi si considera Migliori come un vero architetto della visione. Ogni suo lavoro è frutto di un progetto preciso sul potere dell’ immagine, tema che ha caratterizzato tutta la sua produzione.

M77 Gallery apre a Milano nel 2014, in un’area post industriale tra i quartieri più trendy ed effervescenti della città, per volontà di Giuseppe Lezzi ed Emanuela Baccaro, da tempo fortemente impegnati sulla scena artistica italiana ed internazionale. Negli ultimi vent’anni, la costante e assidua collaborazione di Giuseppe Lezzi con fondazioni e musei ha portato alla realizzazione di importanti mostre presso prestigiose istituzioni quali Palazzo Reale, PAC-Padiglione di Arte Contemporanea e Museo della Triennale a Milano, Museo MACRO di Roma, per citarne alcuni. M77 Gallery ha come missione quella di offrire ai suoi collezionisti un luogo e punto di incontro dove poter esplorare le nuove tendenze del settore artistico contemporaneo, offrendo un programma vasto, che includa diverse tipologie di espressione artistiche. Con l’intento di diversificare le proposte per i collezionisti, la galleria organizza eventi di natura artistica e culturale, presentazioni di libri d’artista, performance teatrali. Gli artisti attualmente rappresentati da M77 sono Emilio Isgrò, Odili Donald Odita, McDermott & McGough, Luca Pignatelli, Santi Moix, John Lurie, Giovanni Frangi, Chiara Dynys, Robert Fekete, Bernardo Siciliano. La ricerca sempre più attiva rivolta verso un collezionismo cosmopolita, ha portato M77 Gallery ad avviare una serie di importanti collaborazioni con gallerie selezionate di prestigio internazionale. L’esposizione del 2016 dell’artista Odili Donald Odita, in collaborazione con la galleria Jack Shainman, il duo McDermott & McGough che M77 Gallery ha ospitato con una personale in collaborazione con Cheim & Read, insieme alla mostra dell’artista Santi Moix, realizzata in collaborazione con la galleria Paul Kasmin nel 2015, ne costituiscono alcuni esempi.


Nino Migliori - Il tempo, la luce, i segni
Dal
17 ottobre 2017 al 27 gennaio 2018
Orarimar-sab / tue-sat 11:00 - 19:00
Ingresso: libero

Contatti per la stampaPCM STUDIO - Paola C. Manfredi - paola.manfredi@paolamanfredi.com - Tel. 02 36769480

M77 Gallery, Milano 
Via Mecenate 77
20138 Milano
www.m77gallery.com - Tel. o2 87225502 - info@m77gallery.com

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ANDY WARHOL DA NEW YORK ALLE STELLINE, Milano, dal 19.09.2017

Torna alla Fondazione Stelline la grande fotografia internazionale con una mostra dei 20 celebri ritratti realizzati da Aurelio Amendola a Andy Warhol. Per l’occasione verrà esposta la versione virata in magenta dell’opera “The Last Supper” del maestro della Pop Art.
Continua l’attenzione della Fondazione Stelline per la grande fotografia, questa volta con una mostra dedicata ad Aurelio Amendola, e al suo lavoro su Andy Warhol.
Un percorso espositivo con cui si vuole omaggiare il maestro della Pop Art proprio a 30 anni dalla sua scomparsa, attraverso l’ormai celebre serie di 20 ritratti che Amendola - il grande fotografo dell’arte e degli artisti - ha realizzato a New York, nella Factory, in due sessioni nel 1977 e nel 1986 e attraverso l’opera di Andy Warhol The Last Supper (1986), la cui versione virata in magenta, appartenente alle collezioni del Credito Valtellinese, sarà fulcro visivo e ideale della mostra.
Per la scelta delle fotografie esposte sono state individuate queste celebri serie di scatti che da un lato evidenziano la capacità di Amendola di testimoniare lo scorrere dell’arte del nostro tempo attraverso i volti e i corpi dei suoi protagonisti, dall’altro coincidono con il momento di realizzazione di The Last Supper e delle sue infinite declinazioni.
The Last Supper è l’ultimo grande ciclo di Andy Warhol, quasi una sorta di testamento pittorico della figura più influente dell’arte della seconda metà del XX secolo. Quest’opera ha naturalmente un legame fortissimo con la città di Milano e con il nostro Palazzo: da qui è partita non solo la suggestione iconografica, ma anche la stessa idea di commissionare al maestro americano un lavoro ispirato al capolavoro leonardesco, conservato a pochi passi dalla sede della Fondazione Stelline, da quella del Credito Valtellinese, proprietario dell'opera e lugo dove venne esposta per la prima volta, e dalla sede milanese di ICE - Agenzia, che ha contribuito alla realizzazione di questa mostra.

La mostra, curata da Walter Guadagnini e Alessandra Klimciuk, è accompagnata da un catalogo Skira è stata realizzata, con il patrocinio della Regione Lombardia e del Comune di Milano, grazie al contributo dell’Associazione Pellettieri Italiani Aimpes in occasione dell’edizione 112 di Mipel, che quest’anno ha come tema la Pop Art e di cui questa mostra è il fulcro di Mipel in città, il Fuorisalone della Fiera, e al prezioso supporto di ICE - Agenzia e del Ministero dello Sviluppo economico nell'ambito del Piano straordinario per la promozione del Made in Italy e l'attrazione degli investimenti in Italia, finalizzato ad ampliare il numero delle imprese che operano nel mercato globale, ad espandere le quote italiane nel commercio internazionale e a valorizzare l'immagine del Made in Italy nel mondo. Proprio per questa edizione speciale, inoltre, è stato chiesto agli espositori di Mipel di realizzare una borsa sul tema: le 20 più  significative saranno esposte durante la mostra alla Fondazione Stelline e una prestigiosa giuria decreterà i tre vincitori.


Aurelio Amendola
è nato a Pistoia nel 1938,  Nel corso della sua carriera si dedica soprattutto all’arte contemporanea, immortalando i protagonisti dell’arte del Novecento. Negli anni è arrivato a raccogliere una vera e propria galleria di ritratti, comprendente i più rinomati maestri del XX secolo, come De Chirico, Lichtenstein, Pomodoro, Schifano, Warhol, per ricordarne solo alcuni. All'opera di Amendola si devono infatti numerose monografie dedicate ai maggiori scultori e pittori contemporanei, tra cui quelle su Marino Marini, Burri, Manzù, Fabbri, Ceroli, Vangi, Kounellis, Pistoletto, Parmiggiani, Paladino, Barni, Ruffi. Amendola inoltre è noto per le fotografie delle sculture del Rinascimento italiano: ha documentato l'opera di Giovanni Pisano, Michelangelo e Donatello. Le sue opere fanno parte di prestigiose collezioni, tra queste quella della Fondazione Maramotti, del Maxxi di Roma, della Fondazione Alberto Burri, degli Uffizi e della a Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, oltre a far parte di numerose collezioni private.


ANDY WARHOL DA NEW YORK ALLE STELLINE
Leonardo di Warhol | Warhol di Amendola

Dal 19/09/2017 al 29/10/2017
Orari: martedì – domenica, 10-20 (chiuso il lunedì)
Ingresso: libero
Info: fondazione@stelline.it - www.stelline.it - tel. +39.02.45462.411
Ufficio Stampa: Studio BonnePresse - Gaia Grassi- M. +39.339.56.53.179 - Marianna Corte - M. +39.347.42.19.001 - info@bonnepresse.com - www.bonnepresse.com

Fondazione Stelline
corso Magenta 61
20123 Milano

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Davide Mosconi. Moda, arte, pubblicità, Galleria Milano, Milano 19 settembre

Inaugurazione: martedì 19 settembre 2017, ore 18,30


Davide Mosconi. Moda, arte, pubblicità a cura di Elio Grazioli

La Galleria Milano torna ad esporre il lavoro di Davide Mosconi (Milano, 1941-2002), sperimentatore instancabile ed artista poliedrico. Nel 2014 gli era stata dedicata in galleria un’ampia antologica, curata da Elio Grazioli, che cercava di ricostruire il percorso dell’artista tra fotografia, musica e design. La mostra attuale, sempre a cura di Grazioli, intende indagare per la prima volta altri aspetti del suo lavoro non ancora approfonditi, ma centrali, in particolare la sua attività come fotografo di moda e di pubblicità, attività che ha sempre considerato come un mestiere per guadagnarsi da vivere e finanziare la sua attività artistica, ma che in realtà in molti casi si intrecciano perfettamente con la sua ricerca artistica e la sua poetica. Mosconi non ha conservato molto di questi materiali, la mostra è pertanto esito di una ricerca ad hoc.

 

Davide Mosconi, nato e cresciuto a Milano, formatosi a Londra, nel 1964 Mosconi si trasferisce a New York per qualche anno per lavorare come assistente di Richard Avedon. La sua prima uscita in ambito artistico è alla Galleria Vismara nel 1967 con la mostra Creazioni applicate ai foulards di Giorgio Dall’Alba, fatto che dimostra fin dall’inizio il legame tra moda e arte nella sua carriera. Tornato a Milano apre nel 1969 un’agenzia propria, lo “Studio X”, presso la quale realizzerà negli anni seguenti campagne pubblicitarie per Fiat, Olivetti, Cassina, Campari, Sip, Rinascente, Brancamenta e altri, oltre a numerosi servizi di moda e di costume.
In tutte queste attività troviamo il tema ricorrente e centrale del corpo, da inserirsi nel contesto dell’antidesign, per il quale «il corpo è il mezzo di azione sul reale e nel reale», portatore di complessità, «per i suoi moti e desideri, tanto da esasperarlo negli esiti più radicali con l’inclusione della distruzione come fase necessaria per la ridefinizione dell’oggetto» (Elio Grazioli).
Questa possibilità di rottura porta con sé motivazioni anche politiche.
Nella fotografia di moda troviamo lo stesso trattamento, facendo adottare ai modelli e agli oggetti posizioni insolite e talvolta esasperate. Ciò è visibile nei molti servizi usciti su numerose riviste, tra cui “Vogue Italia”, “Harpers & Queen”, “Linea Italiana”, “Sette”, “Amica”, “Esquire & Derby”, “Myster”. Servizi tutt’altro che frivoli: Mosconi, uomo di grande eleganza, porta l’abito al suo limite e lo interroga criticamente in ogni suo scatto, fatto ben visibile nel libro Cravatte e colletti (1984), realizzato con Riccardo Villarosa, dove l’ultimo nodo della lunga sequenza non è più una cravatta o papillon ma un cappio da impiccato, «cravatta finale e definitiva nella vita di un uomo».


Le opere di Davide Mosconi sono state esposte in prestigiose istituzioni e gallerie in tutto il mondo, tra cui la National Gallery di Bruxelles, l’I.C.A. di Londra, la Guggenheim Foundation di Venezia, la Biennale di Venezia (1991, 1993, 2001, 2003), la Rayburn Foundation di New York.
La Galleria Milano gli ha dedicato due personali nel 1998 e nel 1999 e ha esposto più volte le sue fotografie in mostre collettive. A partire dal 2006 ha ospitato una serie di concerti con l’intento di eseguire tutti i brani contenuti ne LASTORIADELLAMUSICADIDAVIDEMOSCONI, libro d’artista realizzato da Mosconi e pubblicato con Do-Soul nel 1989.
Nel 2014 l’ampia monografica Davide Mosconi: fotografia, musica, design.
In occasione della mostra verrà presentata la monografia di Elio Grazioli: Davide Mosconi. Moda, arte, pubblicità, edita da Tip.Le.Co.

Davide Mosconi. Moda, arte, pubblicità
A cura di
Elio Grazioli
Dal
19 settembre al
18 novembre 2017

Orari: da martedì a sabato dalle ore 10,00 alle 13,00 e dalle 16,00 alle 20,00
Ufficio stampa: Cristina Pariset - cristina.pariset@libero.it - M +39 3485109589 - Tel. +39 024812584 - F +39 024812486

Galleria Milano
Via Manin 13, Via Turati 14

20121 Milano
Tel. 02-29000352 - fax.02- 29003283 - info@galleriamilano.com
Facebook: https://www.facebook.com/galleriamilano - Twitter: @GalleriaMilano

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