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Archivi categoria : Immagini

La danza dei cadaveri. La fiera dei venduti, De Piante Editore, Milano

Emilio Villa (1914-2003) fu artista, biblista (consulente del kolossal di John Huston “La Bibbia”), scrittore plurilingue, studioso di filologia semitica e paleogreca, e soprattutto poeta visionario e visivo. Pubblica il suo primo testo, “Adolescenza”, giovanissimo, nel 1934. E da lì si inoltra nei labirinti dell’arte e della scrittura: fonda riviste, viaggia, anticipa la neo-avanguardia, conosce…
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Salvo. Un’arte senza compromessi, Galleria Dep Art, Milano

“Sono stato letteralmente conquistato dalla pittura: è qualcosa che mi dà spazio, che mi apre le conoscenze, le idee”. Salvo La galleria Dep Art di Milano apre la stagione espositiva con una mostra monografica dedicata a Salvo, nome d’arte di Salvatore Mangione, (Leonforte (En) 1947 - Torino, 2015). “Salvo. Un’arte senza compromessi”, terza personale che la…
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Keiji Ito, Kazuhito Nagasawa: SHIBUI, Officine Saffi, Milano

Alle Officine Saffi, in collaborazione con Galleria Monopoli,  una mostra dedicata ai lavori di Keiji Ito (Toki, 1935) e Kazuhito Nagasawa (Osaka, 1968).
Il titolo della mostra -  Shibui - si riferisce ad un particolare principio estetico giapponese che coniuga le caratteristiche contrastanti di ruvidità e raffinatezza. Il termine Shibui venne utilizzato a partire dal periodo Muromachi (1336-1573) per descrivere il gusto astringente dei cachi acerbi. Più tardi, lo stesso termine venne associato a un particolare canone estetico usato per riferirsi a qualsiasi cosa bella per essere sottovalutata e priva di particolari elaborazioni. Il fascino di un oggetto Shibui sta proprio in questo suo essere una forza trattenuta, una bellezza nascosta, da scoprire poco a poco, su cui soffermarsi per lungo tempo anche se basta un attimo per intuirla.
Una generazione piena, più di trent’anni, separa anagraficamente Keiji Ito e Kazuhito Nagasawa, e consente, oltre all’apprezzamento specifico di due straordinarie individualità espressive, di svolgere riflessioni utili sul ruolo di riferimento svolto dalla ceramica giapponese contemporanea sul piano internazionale. Nel processo non lineare di apertura e scambio con l’arte occidentale l’arte giapponese moderna ha potuto contare sulla ricerca ceramica come su un’area di tale radicata identità da non subire fascinazioni eteronome: il che ha significato che ha potuto decantare i propri retaggi di tradizione, il proprio localismo, alimentandosi di nuovi pensieri ma non assumendo necessariamente nuovi modi e nuove forme.

L'eleganza e la raffinatezza sono le caratteristiche che contraddistinguono gli artisti giapponesi che dalle corde dell'anima, nei percorsi emozionali tracciati dall'antica tradizione, raggiungono la dimensione del non-tempo.

 

Officine Saffi is pleased to present an exhibition dedicated to recent works by Keiji Ito (Toki, 1935) and Kazuhito Nagasawa (Osaka, 1968).
The title of the show – Shibui – is a reference to a Japanese aesthetic principle combining contrasting characteristics of roughness and sophistication. The term Shibui was used from the Muromachi period (1336-1573) to describe the astringent taste of unripe Japanese persimmons. Later, the same term was associated with a certain aesthetic taste, describing an object of beauty that is underestimated and bereft of elaborate decoration. The fascination of a shibui object lies precisely in this dimension of restrained power, concealed beauty, to be discovered little by little, inviting lengthy observation, even though its value can be understood in an instant.
A whole generation, more than thirty years, separates Keiji Ito and Kazuhito Nagasawa in terms of age. This enables spectators to appreciate two remarkable forms of expression, and also invites reflection on the role of Japanese ceramics at an international level. In the non-linear process of the perception of, and exchange with, Western art, modern Japanese art has been able to use contemporary ceramics as an area of such deeply-rooted identity that it does not suffer from influence by heteronymous trends. As a result, it has been able to express its own traditions and local characteristics, absorbing new thought but not necessarily adopting new methods and new forms.
The exhibition will be open until October 26.
The exhibition is held under the Patronage of the Consulate General of Japan in Milan.
In collaboration with Associazione Culturale Giappone in Italia

Dal 27 settembre al 26 ottobre 2017
In collaborazione con: Galleria Monopoli
Patrocinio: Consolato Generale del Giappone a Milano
Con la partecipazione di: Giappone Italia - www.giapponeinitalia.org

Officine Saffi
via Aurelio Saffi 7
Milano
Tel. +39 02 36685696 - www.officinesaffi.cominfo@officinesaffi.com

 
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JACQUES HENRI LARTIGUE FOTOGRAFO, Il tempo ritrovato, Museo Bagatti Valsecchi, Milano

"Vorrei catturare tutto anche l'inafferrabile...
Imbalsamare le cose che la vita mi offre davanti agli occhi."

Con la fotografia Henri Lartigue blocca la transitorietà, poi se ne sente la necessità approfondisce con la pittura e con la scrittura completa il resto, annotando maniacalmente anche le condizioni meteorologiche sul suo diario/non-diario. Lartigue è l'uomo che guarda.
I suoi album fotografici lo accompagnano ovunque vada. In questo vi è un legame con i Bagatti Valsecchi che si portavano le fotografie della loro casa da condividere con gli amici. 
Henri Lartigue ama il bello e insegue la felicità, rimuovendo la negatività, la tristezza, il dolore. Si fa struzzo e ci regala con le sue immagini un mondo perduto, il suo mondo felice. Il ricordare è un bisogno ossessivo come un collezionista insegue il suo tempo. Le donne sono un'altro suo piacere, immagine del bello che ritrae in posa o cattura nelle passeggiate, negli abiti alla moda. Fotografa affascinato il movimento delle auto, del gatto, delle persone, futurista inconsapevole. La fotografia è un piacere personale, un suo bisogno profondo di preservare, di rendere suo ciò che lo affascina. Non gli interessa la tecnica ma comunque il realizzare una bella fotografia. Più tardi alla Sorbona studierà per apprendere la nuova tecnica del colore che utilizzerà per i paesaggi provenzali e la vita che vi scorre lenta. Il colore lo porterà alla ribalta internazionale con una mostra al MoMa di NewYork e un'inserto speciale di Life, lui settantenne, fotografo solo per se stesso, inconsapevole del mondo professionale che lo circondava, si confronterà con i grandi maestri.
Questi 33 scatti inseriti perfettamente nel Museo ci conducono Alla ricerca del tempo perduto, rubando il titolo a Proust che Lartigue non aveva mai letto.


Il Museo Bagatti Valsecchi torna ad ospitare la fotografia contemporanea con l’arte di Jacques Henri Lartigue protagonista, dal 29 settembre fino al 26 novembre 2017, di una piccola ma importante mostra internazionale - a cura di Angela Madesani - che racconta attraverso i suoi scatti il fotografo francese.
Trentatre immagini, tra vintage e modern print, narrano la vita dell’alta borghesia francese a partire dalla Belle Époque: la famiglia, i viaggi, la passione per le corse automobilistiche, gli intellettuali e i personaggi - da Pablo Picasso a Jean Cocteau - che hanno segnato la storia dei primi decenni del Novecento.
La mostra presenta materiali originali provenienti dalla Donation Jacques Henri Lartigue e costituisce una rara occasione di conoscenza e divulgazione della ricerca dell’artista, i cui scatti sono custoditi nelle collezioni permanenti di noti musei quali le Galeries Nationales del Grand Palais di Parigi.
L’importanza del lavoro di Lartigue non è solo di natura fotografica ma più ampiamente culturale: le sue immagini offrono un ritratto dell’alta società dall’allure inconfondibilmente francese ma anche incredibilmente vicino ai riti e ai costumi dell’aristocrazia internazionale, fatti propri dagli stessi Bagatti Valsecchi, nei medesimi anni.

Le atmosfere sono quelle della Recherche di Proust: le spiagge, gli ippodromi, gli incontri mondani. Si tratta di foto in grado di suscitare emozioni, rimandi iconografici e non solo a un mondo definitivamente scomparso.
Pittore e fotografo, Jacques Henri Lartigue (Courbevoie 1894 - Nizza 1986), rivela con chiarezza nei suoi diari cosa lo abbia spinto a fotografare: il desiderio di fissare le immagini e i momenti felici che il tempo inevitabilmente porta via. Lo fa per tutta la vita, scrivendo e fotografando il proprio mondo. Viene finalmente riconosciuto come grande fotografo a 70 anni, con la prima mostra fotografica personale al MoMA di New York.
Nel 1979 dona l’intera sua opera fotografica allo stato francese che istituisce l’Association des Amis de Jacques Henri Lartigue denominata poi Donation Jacques Henri Lartigue.

“Lartigue’s photography captures the nuances of time, it is both gloriously eternal and a perfect embodiment of its age,” says °CLAIR director Anna-Patricia Kahn.

Jacques Henri Lartigue, a 69 anni, ha esposto per la prima volta alcune delle sue numerose fotografie, fatte nel corso della sua vita. Siamo nel 1963 al MoMA di New York. Nello stesso anno, la rivista Life gli dedica un inserto. Nello stesso numero c'è l'annuncio della morte del presidente John Fitzgerald Kennedy, che fa il giro del mondo. Lartigue diviene improvvisamente uno dei grandi nomi della fotografia del XX secolo e ciò lo lascia sbalordito.
Jacques si avvicina alla fotografia grazie a suo padre nel 1900. Rispondendo all'entusiasmo di suo figlio, Henri Lartigue gli regala la sua prima macchina fotografica all'età di otto anni, nel 1902. Da allora non smette di fotografare la sua vita di bambino, punteggiata da viaggi in auto, vacanze in famiglia e soprattutto dalle invenzioni del fratello maggiore Maurice, soprannominato Zissou.
I due fratelli sono appassionati dell'automobile, dell'aviazione e di tutti gli sport allora in voga. Jacques li registra con la sua macchina fotografica. Continuerà da adulto a frequentare gli eventi sportivi e praticare alcuni sport riservati all'elite: sci, pattinaggio, tennis, golf …
Tuttavia, per questo ragazzo, così ansioso di conservare il tempo che passa, la fotografia è insufficiente. Infatti come dire tutto e mantenerlo in un'immagine presa in pochi secondi? Inizia così a scrivere un diario che avrebbe continuato a tenere per tutta la vita. Poi per impegnarsi in un'attività riconosciuta, cominciò a disegnare e a dipingere.
Nel 1915 frequenta brevemente l'Accademia Julian. La pittura diventa e rimarrà la sua attività professionale. Dal 1922 espone in diversi Salons di Parigi e nel sud della Francia. Nel frattempo, nel 1919, Jacques sposa Madeleine Messager, figlia del compositore André Messager e da lei avrà un figlio Dani, nato nel 1921. Divorziano nel 1931.
Fino agli inizi del 1930, ha condotto una vita lussuosa e mondana. Ma la fortuna dei Lartigues sta diminuendo e Jacques è costretto a trovare altre fonti di reddito. Rifiutandosi di lavorare per paura di perdere la sua libertà, vive solamente della sua pittura negli anni trenta e quaranta. Già negli anni '50, a differenza della leggenda che lo volle sconosciuto, Lartigue cominciò ad esistere come fotografo, pur continuando a dipingere. 
Nel 1962, con la sua terza moglie Florette, Jacques si imbarcò a bordo di un cargo con destinazione Los Angeles. Una breve deviazione sulla Costa Est lo fa incontrare Charles Rado, dall'agenzia Rapho,che contatta John Szarkowski, allora giovane curatore del reparto fotografico del MoMA. L'entusiasmo è generale. Nel 1975, la prima retrospettiva del suo lavoro si è tiene presso il Musée des Arts Décoratifs di Parigi. Un anno prima, Lartigue aveva fatto la fotografia ufficiale del Presidente della Repubblica, Valéry Giscard d'Estaing.
Nel 1979 la firma dell'atto di donazione: Lartigue è stato il primo fotografo francese a donare, durante la sua vita, il suo lavoro allo Stato francese. Affida all'Associazione Amici di Jacques Henri Lartigue la conservazione e la diffusione del fondo. Nel 1980, la mostra "Bonjour Monsieur Lartigue" al Grand Palais risponde al desiderio di Lartigue di veder aprire il suo "museo". Fino ai suoi ultimi giorni di vita ha continuato il suo lavoro di fotografo, pittore e scrittore.
Muore a Nizza il 12 settembre 1986 all'età di 92 anni, lasciando più di 100.000 fotografie, 7000 pagine di giornali e 1500 dipinti.

Jacques Henri Lartigue, 1919

“I would like to capture everything, even the unattainable,” Jacques Henri Lartigue wrote in his journal. From September 29th to November 26th, 33 highly personal photographs are presented in “Jacques Henri Lartigue Photographer, Time rediscovered” at the Bagatti Valsecchi Museum in Milan, in the heart of a neo-Renaissance mansion belonging to a noble family. 
These emblematic images have one thing in common: like a delicate madeleine cake, they evoke the memory of lost time. The intimate chronicle of an elegant lifestyle, testimony to a bygone era, these images include the favorite motifs of this artist who considered himself “a captor of things life offers me passing by”: games, family vacations, portraits of friends, sports, social events…
The exhibition, organized by Angela Madesani, and catalog were produced in collaboration with the Clair gallery in Munich/Saint-Paul-de-Vence.


JACQUES HENRI LARTIGUE FOTOGRAFO. Il tempo ritrovato
A cura di
Angela Madesani
Dal
29 settembre al 26 novembre 2017
Orari:
Da martedì a domenica, 13 - 17.45 (chiuso tutti i lunedì e il 1 novembre)
Ingresso
: intero € 9, ridotto € 6

Visite guidate gratuite: 14, 21 ottobre, ore 16.00; 4, 25 novembre, ore 16.00
Racconti di ritratto > Laboratori per famiglie: 14 ottobre, ore 15.30; 18 novembre,  ore 15.30
Conferenze con la curatrice: Mercoledì 18 ottobre, ore 18.30 > Jacques Henri Lartigue e la fotografia; Mercoledì 8 novembre, ore 18.30 > I grandi dilettanti della fotografia
Catalogo edito da: Scalpendi

Immagini: per gentile concessione dalla °CLAIR Gallery di Saint-Paul-de-Vence (FR) - ,© Ministère de la Culture- France 7 AAJHL - Silvia Gazzola
Donation Jacques Henri Lartigue - Ministère de la Culture
rue du Séminaire de Conflans 11
94220 CHARENTON-LE-PONT
Tel. 01 77 01 84 20 - lartigue@lartigue.organna@clair.me
Ufficio stampa Museo Bagatti Valsecchi: Benedetta Marchesi - b.marchesi@museobagattivalsecchi.org - Tel. 02 7600 6132

JACQUES HENRI LARTIGUE FOTOGRAFO
IL TEMPO RITROVATO 

A cura di Angela Madesani

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BASELITZ, SOTTOSOPRA, MUSEI DI PALAZZO DEI PIO, CARPI (MODENA)

L’esposizione, che si tiene in occasione della XVIII Biennale di Xilografia contemporanea, presenta 40 opere dell’artista tedesco realizzate tra gli anni ottanta e novanta del Novecento.
Dal 15 settembre al 12 novembre 2017, Carpi ospita una personale di Georg Baselitz (Deutschbaselitz, 1938), uno degli artisti più importanti, celebrati e influenti a livello internazionale.
Ai Musei di Palazzo dei Pio, l’autore tedesco presenta 40 xilografie, donate al Cabinet d’Arts Graphiques di Ginevra, realizzate tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso.
L’esposizione, curata da Enzo Di Martino e Manuela Rossi, ideata e prodotta dal Comune di CarpiMusei di Palazzo dei Pio, col contributo di Fondazione Cassa Risparmio di Carpi, BPER - Banca Popolare dell’Emilia Romagna, CMB, Assicoop-Unipol Assicurazioni, si tiene in occasione della XVIII Biennale di Xilografia contemporanea ed è parte del programma di Festivalfilosofia sulle arti, in programma tra il 15 e 17 settembre, a Carpi, Modena e Sassuolo.
Dopo gli omaggi a Jim Dine (2009), Adolfo De Carolis (2011), a Mimmo Paladino (2013) e a Emilio Isgrò (2015), la Biennale di Xilografia celebra Georg Baselitz, il quale intrattiene con Carpi un legame particolare, quasi sorprendente.
Nella collezione di stampe donate dallo stesso Baselitz al museo ginevrino, infatti, sono presenti due chiaroscuri di Ugo da Carpi, oltre a due esemplari della Sibilla da Raffaello, in versioni cromatiche differenti e a una xilografia di Niccolò Vicentino e un chiaroscuro di Niccolò Boldrini, coevi del maestro di Carpi.
La presenza di lavori di Ugo da Carpi nella sua collezione personale induce a pensare che Baselitz abbia voluto avere la possibilità di studiare quelle opere che stanno alla base della tecnica xilografica a chiaroscuro di cui l’artista rinascimentale carpigiano è stato uno dei più importanti esponenti.
Ma non solo; Baselitz sente nel suo essere artista, una sorta di affinità con Ugo da Carpi perché, come scrive Manuela Rossi nel suo testo in catalogo “Ugo da Carpi è uno di quegli artisti che nel suo tempo ha fatto quello che gli altri non facevano e non solo per una questione tecnica, che ha comunque risolto, ma soprattutto per una ragione culturale: rendere accessibile l’immagine d’arte riservata a pochi è stata senza dubbio una delle rivoluzioni sociali più importanti che l’opera di Ugo e degli altri incisori del Rinascimento ha determinato”.

 

In Baselitz, la grafica non è certo una voce minore, ma riveste un’importanza pari alla sua produzione pittorica e plastica. “Ho fatto xilografie - ha ricordato - sempre quando avevo la necessità di presentare in una forma definitiva un quadro, un’idea d’immagine sviluppata da me e manifesta nei quadri”.
Le opere incise che costituiscono il percorso espositivo a Palazzo dei Pio non tradiscono i canoni che caratterizzano la sua cifra espressiva, ormai divenuta riconoscibile, dove la tradizionale costruzione dell’immagine risulta completamente stravolta. Nelle sue creazioni, la legge gravitazionale viene sconfitta e l’immagine viene capovolta non tanto per generare stupore quanto per mettere in gioco un processo intellettuale e spirituale completamente diverso. Attraverso il capovolgimento, Baselitz toglie allo spettatore il dato che assimila il soggetto ritratto alla realtà e lo trasferisce nel campo dell’organizzazione plastica e visuale. Svuotata del proprio contenuto, la rappresentazione esiste come insieme di segni e colori.
Accompagna la mostra un catalogo APM edizioni.

Georg Baselitz, 1985

Baselitz e la Biennale di Carpi 

A un certo punto, scegliere Georg Baselitz e la sua xilografia per la Biennale di Carpi è stato naturale e inevitabile. L’artista tedesco infatti realizza xilografie e chiaroscuri – al pari di litografie, acqueforti, altre forme incisorie – dall’inizio degli anni Sessanta, in parallelo con la sua produzione pittorica. Per lui infatti la xilografia, e l’incisione in generale (die Graphik), assumono la stessa dignità espressiva e artistica delle altre forme che utilizza, assumendo in più anche un ruolo formidabile e imprescindibile nel percorso e nello sviluppo dei dipinti.
È lui stesso a dirlo, in un’intervista del 2007, spiegando cosa intende dire definendo l’incisione il modo migliore per ripensare un quadro: «Ah certo, l’armatura, la base, lo schema. Perché l’incisione è la forma d’arte più pulita che ci sia. Quando lavori a lungo su un quadro, strato dopo strato, come facevo io, alla fine non resta più nulla del disegno. Una nuova formulazione si stabilisce in maniera diversa, attraverso eliminazioni, bianchi, vuoti, ecc. Nell’incisione questo non avviene perché si è troppo pigri per stampare più lastre una sopra l’altra. Quando ne hai sovrapposte tre sei già stufo, perciò devi decidere più rapidamente. Innanzitutto le formulazioni grafiche sono semplicemente lineari; ovviamente esistono anche delle superfici, ma pure queste sono delimitate in maniera molto netta. Non si può imbrogliare. Si ha bisogno di una vera armatura, di uno schema. Per me questi schemi grafici sono uno strumento di controllo fondamentale. Attraverso l’incisione puoi spiegare meglio cosa fai. Persino un disegno, per quanto accurato, lascia spazio a molte imprecisioni e trascuratezze. L’incisione pochissimo».
Per questo Baselitz è stato una scelta imprescindibile per la nostra Biennale di Xilografia, e perché va a chiudere idealmente il percorso di ricerca iniziato nel 2009 con Jim Dine e proseguito nel 2014 con Mimmo Paladino. Per i tre artisti, la xilografia costituisce una parte di produzione continua e costante nella loro opera, come forse nessun altro artista del loro calibro (perché non dimentichiamo che si tratta di nomi di primissimo piano nel contemporaneo a livello internazionale) ha fatto dal secondo Dopoguerra.
Le quarantuno xilografie esposte a Palazzo dei Pio provengono da una delle più ricche e preziose collezioni di incisioni pubbliche in Europa, quella del Cabinet d’Arts Graphiques del Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra. Questa collezione ai nostri occhi di “costruttori di mostra” si è rivelata lo specchietto cilindrico che raddrizza l’immagine deformata di cui parla Mason, perché quella collezione conserva una decina di preziosissime xilografie e chiaroscuri del primo Cinquecento di Dürer e soprattutto di Ugo da Carpi, che hanno attratto la nostra attenzione in quanto donate al Museo svizzero da Georg Baselitz. È questa connessione dunque, così profonda e forte, col significato di xilografia che guida il progetto delle Biennali di Carpi, che ci ha portato a Ginevra e ci ha spinto a dedicare due brevi note, in appendice al catalogo, a questa linea rossa che parte dal Rinascimento europeo e arriva a Baselitz.
Il nucleo delle incisioni di Baselitz nelle collezioni di Ginevra è davvero imponente, formatosi per una piccola parte da donazioni dello stesso artista, per gran parte da un lascito: si tratta di oltre cinquecento grafiche, tra cui spiccano sei legni e più di cento xilografie e chiaroscuri, datati dal 1963 fino ai primi anni Duemila. Le opere selezionate per la mostra si concentrano per datazione in un quindicennio, tra 1981 e 1996, quando Baselitz realizza le sue più interessanti xilografie, e hanno seguito i criteri poco sopra delineati che ci hanno portato a individuare nell’artista tedesco il protagonista di questa Biennale.
Innanzitutto i soggetti rappresentati: sono i temi cari a Baselitz, gli stessi che troviamo anche nella coeva produzione pittorica. Uomini, e soprattutto le donne – alla finestra, in spiaggia, accoppiate -, le famose teste e le aquile, due stupefacenti madri e, nelle opere più recenti, i piedi. Tutto rigorosamente sottosopra, capovolto, come recita il titolo di questa Biennale, ma ancora più sconvolgente e destabilizzante di quanto sia in pittura, per l’impatto intenso e, per usare le parole di Baselitz, schematico che l’alternanza dei bianchi, ma soprattutto dei neri e delle altre cromie propria della xilografia, restituisce all’osservatore.
In secondo luogo la tecnica xilografica: Baselitz asciuga, punta a costruire una forma “pura”, per usare ancora le sue parole. E così sono pochissimi i chiaroscuri nella nostra selezione, a due legni, tre al massimo, mentre dominano le xilografie, a un colore, per lo più nero, quindi scure, graffianti, disorientanti, mai rassicuranti da un certo punto di vista.
Georg Baselitz non a torto è considerato uno degli artisti più grandi del Novecento. La selezione delle xilografie presentate a Carpi ci auguriamo confermerà questa opinione, ma allo stesso tempo crediamo “disturberà” il visitatore, in linea con l’atteggiamento sempre audace e provocatorio che l’artista tedesco non ha mai temuto di adottare.

Manuela Rossi, Direttrice dei Musei di Carpi e curatrice della mostra
dal catalogo APM Edizioni

 

Georg Baselitz e la grande xilografia tedesca

Una giustificazione storica
Vi sono personaggi dell’arte che, per una lettura credibile della loro opera, hanno bisogno di essere collocati all’interno di una vicenda storica più ampia nella quale riconoscere le motivazioni più autentiche della loro particolare espressività. È certamente il caso di Georg Baselitz (1938) perchè la sua vicenda personale, artistica ed esistenziale, è stata dolorosamente vissuta all’interno delle storiche tragedie della Germania del XX secolo. Conviene dunque partire da lontano a cominciare dalla mitica figura di Martin Schongauer (1445-1491), il primo grande incisore germanico, che Albrecht Dürer (1471-1528) desiderava fortemente conoscere giungendo purtroppo a Colmar quando il Maestro era già morto. Ereditando comunque molti motivi delle sue opere quali la Morte della Vergine, le Tentazioni di Sant’Antonio e soprattutto l’insegnamento morale e tecnico della sua disciplina incisoria. Non deve stupire questo riferimento se si pensa che nella collezione privata di Baselitz figurano alcuni fogli di Dürer, che documentano il legame ideale tra i due artisti, pur a distanza di cinque secoli. È tuttavia la drammatica Riforma del cattolicesimo provocata dalle celebri 95 tesi di Martin Lutero (1483-1546), affisse nel 1517 sulla porta della chiesa di Wittemberg, a influenzare fortemente l’arte tedesca della prima metà del XVI secolo. Una riforma storica e perfino violenta per i tempi, che sconvolse l’Europa e attrasse l’interesse di molti artisti contemporanei, quali lo stesso Dürer. Ma anche, e con più appassionata partecipazione, in particolare Lucas Cranach (1472-1553), che conosceva i cicli xilografici di Dürer ispirati all’Apocalisse (1498) e alla Grande Passione (1497-1500), che certamente hanno influenzato la sua futura straordinaria attività incisoria. Va tenuta presente in questa situazione anche la figura di Hans Baldung Grien (1485-1545) che, assieme a Dürer e Cranach, per citare solo questi nomi, con le loro opere incise su legno, partecipò efficacemente alla diffusione stampata, cioè visiva e leggibile, dei temi più importanti della riforma luterana. Configurando una straordinaria stagione della xilografia tedesca ed europea che certamente Georg Baselitz conosce molto bene e dalla quale ha tratto una straordinaria influenza, riconoscibile nella sua opera.

Die Brucke e il Novecento tedesco
Thomas Mann ha scritto in un’occasione che «la storia tedesca presenta sempre aspetti potentemente tragici», come è possibile vedere anche nel Novecento. Un secolo drammatico nel corso del quale si manifestano in Germania, inevitabilmente si potrebbe dire, alcuni dei più importanti movimenti dell’arte europea. Non è questa la sede, naturalmente, per una disamina esauriente delle diverse tendenze dell’arte emerse in Germania nella prima metà del XX secolo. Ma non si può evitare di segnalare la nascita dell’Astrattismo col gruppo del Blaue Reiter nel 1911 a Monaco, con la partecipazione del russo Vassilij Kandinskij e del tedesco Franz Marc. Né ignorare l’arrivo nel 1918 a Berlino dello sconvolgente movimento interdisciplinare del Dadaismo, in effetti concepito a Zurigo nel 1916, o la nascita della esaltante esperienza del Bauhaus nel 1919 a Weimar, promossa da Walter Gropius. E naturalmente quanto meno accennare al gruppo della cosiddetta Nuova Oggettività, sorto nel 1925 a Mannheim, del quale hanno fatto parte artisti quali Max Bechamm, Otto Dix e Georg Grosz. Veri e propri sommovimenti dell’arte che certamente fanno parte del bagaglio genetico-culturale di Georg Baselitz, i cui padri spirituali, dovendo qui parlare della sua opera xilografica, vanno però con maggiore certezza ricercati negli artisti fondatori dello storico gruppo Die Brucke, sorto a Dresda nel 1905, che si sono tutti espressi prevalentemente con quello specifico linguaggio incisorio. Il gruppo, caratterizzato, oltre che dall’uso prevalente della xilografia, anche dalle affinità che potremmo definire culturali e politiche, era formato all’inizio da Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel e Karl Schmidt-Rotluff. Significativa, per comprendere l’ideologia del gruppo, appare la dichiarazione, scritta e stampata in xilografia dallo stesso Kirchner, nella quale si legge tra l’altro: «animati dalla fede nel progresso, in una nuova generazione di creatori e di spettatori, noi ci appelliamo a tutta la gioventù che è portatrice dell’avvenire e vogliamo portare la libertà di agire e di vivere di fronte alle vecchie forze». L’adozione della matrice lignea diventa a questo punto dominante nell’affermazione del movimento dell’Espressionismo che con questo procedimento produrrà anche i propri manifesti e i cataloghi. Kirchner, artista prolifico e appassionato, appare il capo spirituale del gruppo e manifesta con maggiore e coinvolgente «intensità l’atteggiamento critico verso la dimensione in cui l’uomo consuma le proprie frustrazioni» esistenziali in quel momento storico. Solo gli artisti del Blaue Reiter, che pure condividevano con Die Brucke “l’insofferenza e l’ansia del rinnovamento” nell’arte e nella vita, aprono una più vasta “prospettiva di nuova spiritualità”, distanziata dalle vicende reali della vita. Tutti questi grandi e generosi movimenti dell’arte tedesca, emersi prepotentemente nella prima parte del Novecento, vengono però spazzati via nel 1933 con l’avvento di Hitler al potere e la chiusura forzata della straordinaria esperienza del Bauhaus. E nel 1938, l’anno terribile nel quale Kirchner muore suicida nel forzato esilio in Svizzera, viene organizzata anche la grande mostra della cosiddetta “Arte degenerata” nella cui occasione vengono bruciati oltre mille dipinti e circa quattromila disegni e grafiche di molti degli artisti che hanno dato vita ai gruppi e ai movimenti che abbiamo, seppure velocemente, ricordato. E forse è il caso di concludere, in questa prospettiva, citando il grande Francisco Goya, che il sonno della ragione aveva anche allora generato mostri.

Baselitz nella storia della xilografia tedesca
Anche se la grande arte si manifesta e vive sempre nell’avventura e nell’ambiguità, è tuttavia evidente che l’opera di Georg Baselitz affonda le radici nella storia di quei personaggi, dei gruppi e dei movimenti di cui abbiamo parlato, che hanno tutti espresso con la xilografia aspetti tra i più alti e significativi dell’arte germanica. Manifestando una personalità tra le più forti, caratterizzate e trasgressive dell’arte europea del XX secolo, segnata da una sorta di Neoespressionismo romantico e angosciante, disturbante e deliberatamente antigrazioso, distante da ogni forma di astrattismo o di arte sociale e popolare. E che, a partire dal 1969 con il Ritratto di Elke, sua moglie, ha trovato nel capovolgimento delle immagini – ormai la sua celebre e riconoscibile cifra stilistica, adottata sia nella pittura che nel disegno e nella xilografia – la provocazione formale che è riuscita ad attirare l’ossessiva attenzione, ma anche il malcelato disorientamento, della critica d’arte internazionale. Che spesso ha definito l’operazione come una semplice trovata mentre per Baselitz, che pure ha scritto che “la provocazione è la vera meraviglia dell’arte”, si trattava invece di sovvertire radicalmente una storica convenzione, consentendo una nuova, inedita e sorprendente lettura formale dell’immagine. Una sorta di ribellione, in fondo, comprensibile in un artista nato e formatosi in un Paese, la Germania dell’Est, socialmente vittima prima del nazismo di Hitler e poi del comunismo di Stalin. Le xilografie esposte a Carpi, provenienti da una prestigiosa raccolta pubblica di Ginevra, documentano in modo esauriente, anche se incentrate prevalentemente sugli anni Ottanta, la ricerca espressiva e anche la personalità del grande artista tedesco. Fanno capire il rapporto di sfida che Baselitz instaura con la matrice di legno perché la materia appare infatti come ferita, lacerata dal suo segno duro e aspro che sembra fatto con la punta di un coltello, rivelando pienamente il suo personale e perfino drammatico “combattimento per l’immagine”. Non pare manifestarsi nelle sue opere alcuna gerarchia dipendente dal formato della matrice, ma certamente impressionanti appaiono i grandi fogli quali le grandi Teste capovolte del 1981-82, o la grande Aquila, anch’essa rovesciata, dello stesso anno. Come del resto impressionante, pur nelle ridotte dimensioni, risulta l’intensità ideativa ed esecutiva della Madre con bambino del 1985. Naturalmente è interessante notare come l’artista capovolga qualsiasi immagine, le teste e le figure, uccelli e paesaggi, e perfino una drammatica Crocifissione e albero del 1983, resa meno forte e disturbante dal sorprendente impiego, in questa occasione, di un colore come il blu-cielo. L’utilizzo del colore nelle xilografie di Baselitz - il rosso, il verde e il blu - richiede del resto una particolare riflessione perché esso non sembra affatto avere l’intenzione di abbassare il valore drammatico delle immagini ma, sorprendentemente, e per altre vie, addirittura volerlo esaltare. È tuttavia nelle xilografie realizzate rigorosamente in bianco e nero che è possibile cogliere la verità più autentica dell’opera di Georg Baselitz. Perché è in questi fogli che risulta più chiaramente la volontà dell’artista di fronteggiare il mondo e rivelare la sua personale e drammatica condizione essendo stato «messo al mondo in un ordine distrutto, un paesaggio distrutto, in un popolo distrutto e una società distrutta». L’artista tedesco è giunto per tale via, sorprendentemente, a una sorta di “figurazione astratta”, apparentemente leggibile e riconoscibile, affidata alle sole qualità evocative e memorative del segno violento e dell’aspro contrasto tra due non-colori come il bianco e il nero. Tutta l’opera di Baselitz testimonia perciò, infine, il disagio esistenziale di un artista nato in un paese che, come ha detto egli stesso, “non è ancora sicuro di aver fatto i conti con la storia”. E che affida dunque all’arte la sola possibilità di superare definitivamente questa difficile condizione.

Enzo Di Martino, Curatore della mostra
dal catalogo APM Edizioni



BASELITZ. SOTTOSOPRA
Xilografie dal Cabinet d’Arts Graphiques di Ginevra
Dal 15 settembre al 12 novembre 2017

Orari: da martedì a domenica, ore 10-13; giovedì, sabato, domenica e festivi anche 15-19. Chiuso il lunedì.
Ingresso: intero €. 5 , ridotto €. 3
Info: tel 059/649955 - 360
Ufficio stampa Comune di Carpi: Giovanni Medici - Tel. 059.649780 - giovanni.medici@comune.carpi.mo.it
Ufficio stampa mostra: CLP Relazioni Pubbliche - Marco Olianas - Tel. 02 36755 700 - marco.olianas@clponline.it

Musei di Palazzo dei Pio
piazza dei Martiri, 68
Carpi (MO)

 

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