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Immensità di Valentino Vago, Fondazione Antonio e Carmela Calderara, Vacciago di Ameno (NO)

Luminoso è il lavoro nobile; ma essendo
nobilmente luminoso esso dovrebbe
illuminare le menti, così che esse potessero
viaggiare verso la Luce Vera...”

abate Sugerio di Saint Denis

Siamo per le superfici grandi perchè hanno una forza inequivocabile”

Rothko e Gottlieb

È la luce trascendentale che dipingo. Ogni luce esistente nel mondo esterno non mi interessa, quella che entra in una giornata di sole è luce terrena, la mia è luce dello spirito.

Valentino Vago

La Fondazione Antonio e Carmela Calderara propone per la stagione 2017 la mostra Immensità, personale di Valentino Vago, che nasce quasi naturalmente come frutto di un’amicizia storica tra Antonio Calderara e Valentino Vago, testimoniata anche dalla presenza di un’opera del pittore di Barlassina all’interno della Collezione.
Alla Fondazione Calderara di Vacciago è esposta una selezione di opere che testimonia l’ultimo felice periodo dell’opera di Valentino Vago che nasce principalmente da una sensibilità per il colore che è vibrazione luminosa effusiva, fattore fondante che accomuna la ricerca del pittore di Barlassina a quella di Calderara.

Quest’ultimo, più avanzato nel suo percorso artistico, sentiva nei confronti del giovane Vago una consonanza non tanto di esiti formali, quanto più di serietà di vocazione e un comune afflato verso l’infinito e l’incommensurabile. Entrambi partono dal desiderio – o forse addirittura dalla necessità – di trasportare sulla tela, attraverso il colore e la luce, una bellezza vista e vissuta. Ma nel restituirci questa bellezza le donano un respiro di infinito.
I colori utilizzati da Vago, spesso timidi, sono il giallo, amato fin dall’inizio, il celeste, trovato nella sua peculiare sfumatura ultraterrena all’inizio degli anni ottanta, il rosa, scoperto alla metà dei settanta e il bianco che conquista sempre più spazio. Colori che l’artista ottiene con un procedimento di detournement della tradizionale tecnica della pittura ad olio, fatta di molteplici passaggi, sovrapposizioni e velature, che necessitano di lunghi tempi di asciugatura e che danno alle stesure uno spessore materico. Diversamente, il suo colore, una volta applicato, imprime un respiro vivo a qualsiasi supporto, carte, tele e pareti.
Le tele più recenti di Valentino Vago hanno progressivamente perso ogni rifermento segnico, lasciando il campo allo spazio che si fa sempre più glauco, intriso di luce di un altro mondo e ricco di vibrazioni quasi impercettibili.

Ho capito che si poteva dipingere senza rappresentare nulla. Da allora ho sempre proceduto cancellando il mondo”, come l’artista stesso dice. “Sto facendo la cosa che ho sempre desiderato fare, cioè un quadro fatto solo di luce con un riverbero di luce ancora più potente sotto. Quella piccola differenza, o grande differenza di luce che c’è sotto è quello che sposta tutto lo spazio in una dimensione diversa”.

La pittura di Vago è come se avesse inscritto nel nome dell’autore il proprio destino, che è quello di agire principalmente innescando un perpetuo movimento nella percezione dell’osservatore” come scrive Elisabetta Longari nel catalogo che accompagna la mostra. “Indeterminatezza, incompiutezza e infinità sono quasi sinonimi. Il colore, che è la forma primaria che l’energia assume, è il tramite. Assottigliato e instabile, sembra continuamente tentare una ridefinizione. Lo spazio pulsa a causa di un colore che, diversamente illuminato, sprigiona lentamente la sua tendenza al movimento, manifestando un andare verso che non giunge mai a termine. Ogni tela rappresenta uno stadio momentaneo di una trasformazione infinita, e costituisce una stazione di un lento trascolorare dal buio alla luce, fino al bianco abbacinante e incontaminato di alcune ultime tele”.

Un catalogo con testi di Elisabetta Longari e Paola Bacuzzi accompagna la mostra Immensità.

L’esposizione occupa le sale delle mostre temporanee, affacciate sullo spazio verde della secentesca sede della Fondazione Calderara a Vacciago sul lago d’Orta, dove è custodita ed esposta la collezione di respiro internazionale che l’artista ha costituito nel corso della sua vita.

Gianni Marussi e Valentino Vago, Galleria Luca Tommasi, Milano

Valentino Vago è nato a Barlassina nel 1931, vive e lavora a Milano. Terminati gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 1955 espone alla VI Quadriennale d’Arte di Roma. La sua prima personale è nel 1960, a Milano, al Salone Annunciata.
Nel suo lungo percorso artistico ha esposto in numerose mostre personali e importanti collettive in Italia e all’estero. Si ricordano le partecipazioni a rassegne realizzate dalla Biennale di San Paolo, al Kunstmuseum di Colonia, alla Hayward Gallery di Londra, al Grand Palais di Parigi e, ancora, nei musei di Francoforte, Berlino, Hannover, Vienna.
Milano gli ha dedicato importanti antologiche, tra cui quelle a Palazzo Reale, al Pac – Padiglione di arte contemporanea e al Museo Diocesano di Milano. I suoi lavori sono presenti in importanti collezioni private e pubbliche italiane e straniere.
Dal 1979 si è dedicato, con continuità, alla pittura murale, dipingendo ambienti pubblici e privati in Italia e all’estero. Oltre una decina di opere abitabili sono all’interno di chiese. La prima, quella di San Giulio a Barlassina, è del 1982, la più vasta (12.000 mq), dedicata a Nostra Signora del Rosario, è stata consacrata nel 2008 a Doha (Qatar).
Nel 2011 è stato pubblicato il Catalogo Ragionato delle opere, edito da Skira.
Per l’edizione 2012 del Premio Presidente della Repubblica‚ gli Accademici di San Luca hanno segnalato Valentino Vago, al quale è andato il prestigioso riconoscimento alla carriera. Dal 2014 è accademico di San Luca.

Valentino Vago, Giuseppe Guarino: Una poetica senza problematicaLe Arti, aprile 1961

Annamaria Raini, Mostre a Milano, Le Arti, dicembre 1965

La Collezione Calderara, allestita dal pittore Antonio Calderara (Abbiategrasso 1903- Vacciago 1978) nella sua secentesca casa-studio di Vacciago, si compone di 327 opere di pittura e scultura contemporanee, delle quali 56 sono di Calderara stesso e 271 di diversi artisti europei, americani, giapponesi e cinesi accomunati al maestro da rapporti di amicizia e di stima o da affinità di ricerca, tra cui Lucio Fontana, Piero Manzoni, Victor Vasarely, Kengjiro Azuma, Grazia Varisco, Dadamaino, Osvaldo Licini e Arnaldo Pomodoro. La Collezione offre pertanto un’ampia documentazione delle avanguardie internazionali degli anni Cinquanta e Sessanta, con particolare attenzione all’astrattismo geometrico, all’arte cinetica, alla op art e alla poesia visiva. Sono rappresentati anche alcuni aspetti delle avanguardie storiche. L arte di Calderara è illustrata con un gruppo di opere fra le migliori del periodo figurativo e con una selezione esemplare della successiva fase astratto-concreta.

Immensità di Valentino Vago
Apertura Fondazione: dal 15 maggio al 15 ottobre
Inaugurazione: sabato 24 giugno 2017 ore 17.

Orari: da martedì a venerdì: 15.00/19.00; sabato e domenica: 10.00 /12.00 – 15.00 / 19.00; lunedì chiuso
Ingresso: gratuito
Ufficio Stampa: Fondazione Antonio e Carmela Calderara – Anna Alemani- 338 3075244 – aalemani@libero.it – annina.alemani@gmail.com
Indicazioni stradali: Vacciago è una frazione di Ameno. Per arrivarci si prende l’autostrada dei laghi, direzione Varese, fino all’uscita, in direzione Gravellona Toce, di ARONA. Dopo il casello girare a sinistra, seguendo le indicazioni Lago d’Orta, Invorio, Armeno, Ameno, e dopo la località Lortallo, a sinistra, Vacciago.

FONDAZIONE ANTONIO E CARMELA CALDERARA, VACCIAGO DI AMENO
via Bardelli 9
Vacciago di Ameno (NO)
Tel. 0322 998192 – www.fondazionecalderara.it

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Si è spenta Carla Fendi, un’istituzione italiana

Questa la mia ultima intervista a Carla Fendi al 54° Festival dei 2 Mondi di Spoleto il 30-06-2011. Amante dell’arte e dei giovani credeva nella cultura come pilastro del paese.
Credo molto all’importanza e al valore della bellezza come cultura e formazione nella mia esperienza di vita e di lavoro mi sono nutrita di bellezze estetiche, come costume ed evoluzione del sociale. Poi, questo rispetto per il bello l’ho dedicato alle bellezze artistiche che ci circondano: il bello come cultura e la cultura come linfa vitale e come felicità, perché solleva lo spirito, è ossigeno in un mondo che ci travolge quotidianamente. Questo è il mio credo e in questo metto tutte le mie energie.


Carla Fendi, quarta delle sorelle Fendi dopo gli studi classici entra alla fine degli anni ’50 ancor giovane nell’azienda di famiglia  a fianco delle sorelle Paola, Anna, Franca e poi Alda. “Siamo come le cinque dita di una mano, diceva sempre nostra madre, ognuna ha la sua funzione.
La casa di moda italiana di pelletteria e pellicceria, fondata nel 1925 da Edoardo Fendi e Adele Casagrande, artigiani pellicciai di Roma. Il laboratorio di pellicceria nasceva invece nel 1918 fondato da Adele Casagrande.
La sua formazione si completa  in settori diversi  facendo esperienze nell’amministrazione, nella produzione, nella vendite, nella progettazione dove lavora, insieme alle sorelle, a fianco di  Karl Lagerfeld, nel 1965, nacque la griffe con la doppia EFFE.
Parallelamente già dagli anni sessanta  si dedica al settore delle relazioni pubbliche puntando innanzitutto e strategicamente sul mercato più difficile, quello americano, i cui successi ottenuti hanno definitivamente sancito la fama di Fendi  in tutto il mondo. Le sorelle Fendi hanno infranto le regole tradizionali della pellicceria, rinnovandone tecniche, processi di lavorazione, linee e colori. Risale agli anni Ottanta la nascita della linea giovane, dei profumi e della linea uomo oltre alla produzione di maglieria, jeans, arredamento, ecc.
Con la crescita e lo sviluppo dell’azienda Carla Fendi, pur continuando a collaborare alla creazione si occupa in modo specifico della Comunicazione, dall’Ufficio Stampa, alla Pubblicità, all’Immagine, alle Manifestazioni. 
E proprio nell’ambito delle Manifestazioni che nasce negli anni ’80 il suo grande interesse per Spoleto e per il suo Festival. Erano gli anni del Maestro Giancarlo Menotti e mentre il Festival dei due Mondi diventava uno degli eventi più importanti della cultura italiana Carla Fendi, nel suo ruolo di responsabile della Comunicazione, sceglie di legare il marchio Fendi alla manifestazione. Un coinvolgimento che matura di anno in anno e che si consolida attraverso una bella e preziosa amicizia con il Maestro Giancarlo Menotti.
Dal 1994, sovraintendendo sempre a questi settori, Carla Fendi assume la Presidenza del Gruppo Fendi che mantiene anche con l’ingresso, alla fine degli anni novanta, del nuovo partner il Gruppo Louis Vuitton Moët Hennessy (LVMH), guidato da B. Arnault, che tra il 1999 e il 2004 assume la quota maggioritaria. Dal 2004 al 2008 si occupa anche del settore specifico della Direzione Immagine Istituzionale. E dal 2008 è Presidente Onorario di Fendi ad Vitam.
Nel 2007 Carla Fendi istituisce la FONDAZIONE CARLA FENDI, con lo scopo di dare un contributo personale di puro mecenatismo per preservare beni e valori culturali del passato  e per garantirne la continuità e la crescita nel futuro muovendosi nel campo dell’arte, della letteratura, del cinema, della moda, dell’ambiente e del sociale.
Nell’ambito di questa Fondazione, oltre a diversi impegni che la legano al FAI, al Teatro dell’Opera di Roma, all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e ad altre fondazioni culturali, Carla Fendi nel 2007 dà avvio ad una collaborazione con il rinato Festival di Spoleto che, con la nuova direzione artistica di Giorgio Ferrara, inizia un interessante percorso culturale. “Operazioni di puro mecenatismo non sponsorizzazioni. Mio marito – Candido Speroni, morto nel 2013 a 83 anni– mi ha spinto a diventare una mecenate.
Partecipando sempre più ai nuovi successi del Festival, cresce il coinvolgimento della FONDAZIONE  che nel 2012  diventa main partner di Spoleto Festival dei 2Mondi.
Mentre si afferma così il legame con il Festival, l’amore che nutre Carla Fendi per la città di Spoleto la spinge nel 2010 ad intraprendere con il Comune un’importante collaborazione finalizzata al recupero storico artistico di uno dei più importanti monumenti della città: il Teatro Caio Melisso. In quest’ottica, mentre il Teatro assume il logo TEATRO CAIO MELISSO SPAZIO CARLA FENDI, il Comune di Spoleto e la Fondazione Carla Fendi mettono a punto un progetto di ristrutturazione i cui lavori prendono nel 2012 l’avvio definitivo per concludersi nel 2015.
Carla Fendi, Presidente Onorario di Fendi e Presidente Fondazione Carla Fendi, aveva 80 anni ed era malata da tempo, si è spenta lunedì sera alle nove.
Stava preparando uno spettacolo sulla Genesi e Apocalisse, un’installazione di Peter Greenaway e Sandro Chia con la regia di Quirino Conti che debutterà il 2 luglio al Festival di Spoleto.

Philippe Daverio, Carla Fendi e Gianni Marussi, Spoleto, 29/06/2012, foto di Alessandra Finzi

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Gillo forever! Triennale di Milano 16/06/2017

In Triennale standing ovation a Gillo Dorfles, critico e storico d’arte e design, filosofo, pittore, ceramista, antropologo, esteta, dottore in psichiatria, poeta… di 107 anni (Trieste 12/04/1910).
L’omaggio a lui dedicato nel Salone d’Onore della Triennale ci ha regalato uno dei momenti clou della
Milano Arch Week di Stefano Boeri.
Sul palco assieme a lui 
Aldo ColonettiLuigi Sansone, Ferruccio Resta, Diego Bernardi, Mario Bellini, Andrea Cancellato e il sindaco Giuseppe Sala, moderatore Giangiacomo Schiavi.
Un’incontro pensato più di un mese fa da
Diego Bernardi che  è cominciato a casa Dorfles con il Sindaco Giuseppe Sala e il Magnifico Rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta.
Ieri davanti ad un foltissimo pubblico di amici, architetti, artisti, designer, giornalisti e studenti, hanno presentato il suo ultimo libro edito da
Bompiani: “Gillo Dorfles Paesaggi e Personaggi“, a cura di Enrico Rotelli con l’introduzione Aldo Colonetti, che potrebbe definirsi un vero e proprio “diario di viaggio“, in cui Dorfles ci racconta la sua storia. Ogni capitolo è un susseguirsi di ricordi, paesaggi e appunti, arricchiti da preziose digressioni storiche, come la fondazione di Brasilia nel 1960, o da affreschi di vita quotidiana come il suo soggiorno ad Harlem, quando il divario razziale tra bianchi e neri era ancora molto forte e i neri avevano fontanelle pubbliche diverse dai bianchi. In questa tavolozza narrativa emerge la grande passione di Dorfles per la scoperta delle diverse culture, come quella russa e giapponese, di paesi lontani e vicini, ma anche la sua amicizia con intellettuali e artisti del calibro di Toscanini, Montale e Leonor Fini e i suoi numerosi incontri con Frank Lloyd Wright.
I viaggi di Gillo Dorfles raccolti capitolo dopo capitolo come un diario ordinato per città e paesi frequentati.
Dorfles racconta la sua storia dalla nascita a Trieste allo sfollamento in Toscana, a Genova, fino alla scelta di Milano come città elettiva perché la ”più attiva d’Italia”. Il tutto con semplicità e senza indulgere nei personalismi numerosi passaggi storici del Novecento. Un libro prezioso, che più di tanti trattati o testi accademici restituisce l’immagine vivida e potente di un uomo dalle molteplici esperienze.


 

 

Ci ha come sempre sorpreso Gillo! Anche dopo la lunga chiacchierata non si è sottratto a quanti gli si facevano incontro per salutarlo o per un autografo fino all’uscita della Triennale. Una disponibilità infinita come quella che dimostra giornalmente a casa sua ad incontrare quanti gli chiedono udienza e soprattutto un occhio di riguardo per i giovani, come quando gli avevo portato Fabio Muggia per presentargli la sua tesi di laurea su mio padre e ci dedicò oltre un’ora, riannodando i suoi ricordi di quel lungo sodalizio. 

Gianni Marussi, Gillo Dorfles e Fabio Muggia, casa Dorfles, 23/11/2016, © Alessandra Finzi

Splendidamente in forma, sempre stupefacente nelle sue risposte. Unico!
Vero è che dovrebbe lo Stato, sollecitato dal Comune, costituire una riconoscenza per chi in così in tanti campi ha dimostrato la sua eccellenza che attraversa due secoli e sei generazioni almeno per le dirette testimonianze. Una riconoscenza, oggi proposta da Aldo Colonetti, mutuata dal Giappone, nei confronti di chi ha dato così tanto al Paese.
Enrico Rotelli ha lanciato la palla al Sindaco Sala che ha proposto un Nobel “penta-forme“.
Spiace l’assenza del ministro Dario Franceschini. 
Ma chi ha avuto la possibilità di esserci sa di aver avuto un grande regalo da un uomo che si è donato con i suoi 107 anni suonati ai numerosissimi presenti, nonostante lo sciopero dei trasporti, e a cui Gillo ha regalato anche un momento al pianoforte….
Straordinario Gillo!!!


Estratto dal libro Bompiani Editore:
Arturo Toscanini [2003] 
Qual era – nel segreto più intimo del suo animo – la vera personalità di Arturo Toscanini?
Quali aspirazioni, quali emozioni prevalevano in quest’uomo che aveva dato tutto il suo tempo, tutta la sua energia alla musica e che, quasi fino al giorno della morte, aveva diretto le orchestre più celebri del mondo anche a costo di mettere a repentaglio la salute? Vorrei parlare della sua prodigiosa carriera artistica e delle sue impegnative lotte politiche contro il fascismo partendo dall’uomo e dalla relazione sentimentale e icastica che risulta dall’ampio epistolario tra lui e Ada Mainardi, in un periodo che va dal ’33 al ’40 e anche oltre e che riflette la più grande e più importante passione dell’età matura.
Anche se la sua affettività, sempre molto accesa, ebbe modo di riversarsi sui famigliari (le due figlie, il figlio, i tre nipoti), la moglie Carla, sua fedelissima e generosa compagna (con la quale tuttavia, a quanto apprendiamo dalle lettere, da tempo non esistevano più rapporti intimi) e sui tantissimi amici; ciò non toglie che l’infatuazione e l’assoluta dedizione per Ada Mainardi permette di considerare del tutto eccezionale questo episodio anche rispetto alle molte altre sue relazioni sentimentali.
Ma almeno alcuni dati sulla personalità di Ada Mainardi sono indispensabili ed è facile ricavarli dal libro pubblicato anche in Italia (Nel mio cuore troppo d’assoluto. Le lettere di Arturo Toscanini, a cura di Harvey Sachs, Garzanti, 2003) che ci offre un quadro esemplare di tutta la vita del Maestro, corredato com’è da minuziose note che chiariscono ogni particolare “storico” del vasto epistolario, non solo con la Mainardi ma con direttori d’orchestra, musicisti, letterati, amici e parenti.
Ada Mainardi, dunque, proviene dalla nobile famiglia bergamasca dei Colleoni (e del famoso condottiero Bartolomeo possiamo ancora ammirare il grande monumento equestre di Verrocchio a Venezia). Nata nel 1897 (morta nel 1979) era un’ottima pianista e aveva sposato il noto violoncellista Enrico Mainardi.
Molto bella, colta e vivace, e da sempre appartenente all’ambiente musicale milanese, non era difficile comprendere come il suo destino potesse incrociarsi con quello del Maestro, appunto attorno all’anno 1933, quando lei aveva appena compiuto trentasei anni e Toscanini sessantasei.
Se il tema dominante di questo mio breve scritto consiste nel tracciare un quadro molto parziale circa il rapporto amoroso tra “Artù” (così si firma in molte lettere) e Ada, devo, tuttavia, sin dall’inizio, precisare che mi sono azzardato a farlo solo per il fatto di essere stato – sia pur marginalmente – vicino ai due protagonisti proprio negli anni cruciali del loro “romanzo”.
Il che mi permette di trattarne non solo per sentito dire, ma con una certa personale partecipazione. Fu proprio in quegli anni che conobbi la famiglia Toscanini per una precisa ragione: mia moglie Lalla era stata affidata alla tutela del Maestro dopo la morte precoce dei suoi genitori.
Fu così che, nel 1936, in occasione del mio matrimonio, una delle lettere indirizzate a Ada così suonava: “Domattina Lalla si sposa… Walter e Riccardo Polo sono i testimoni – io fungo da padre – l’accompagnerò all’altare… Sarà motivo d’intensa commozione per me… Che Dio le conceda tutta la gioia che le augura il mio cuore.”
Basterebbero queste poche righe a illuminare la profonda affettività di Toscanini e, in un certo senso, a “redimere” alcune eccessive turbolenze erotiche quali risultano da molte altre lettere dense di dettagli intimi e pruriginosi che non mi sembra proprio il caso di menzionare.
Non potevo non citare questo minimo episodio perché spiega come e perché, in quegli anni, avessi potuto conoscere Ada – buona conoscente di mia moglie – e come avessi incontrato più volte tutta la famiglia Toscanini (soprattutto la figlia Wally, provvista di tutto il fascino paterno) e lo stesso Maestro che poi ebbi ancora occasione di ritrovare nella sua villa di Riverdale a New York, dopo il suo favoloso ritorno alla Scala del ’46 e quando nuovamente si era stabilito a New York dove sarebbe poi morto nel 1957.
Non si dimentichi, infatti, che Toscanini aveva lasciato l’Italia – pur continuando a dirigere in Austria e altrove – soprattutto per il suo odio al Regime, al duce, e verso tutti coloro che erano divenuti succubi del fascismo e del razzismo. Ed è molto significativo che – pur continuando a scrivere lettere appassionate a Ada – egli osasse ammonirla per la sua insufficiente rivolta verso il Regime e forse per un suo larvato razzismo. “Sei troppo avvelenata dall’ambiente che ti circonda – oramai vivete in mezzo alla vergogna…”
E ancora: “Se tu mi avessi detto francamente… Artù non ti amo più… dobbiamo troncare ogni intimità… mi avrebbe molto meno addolorato che di sentire che avevi paura di comunicare con me; paura che il governo fascista scoprisse la nostra amicizia.
Anche tu sei vittima dell’entourage nel quale vivi; vittima della generale vigliaccheria” (1939). Ma dalle lettere risultano ben altre sfaccettature della sua personalità: la sua generosità, le sue irritazioni, alle volte feroci, la sua minuziosa preparazione di ogni concerto; la sua preferenza per gli amati Verdi, Beethoven, Wagner, Respighi, ecc. e il suo disprezzo per importanti musicisti dell’epoca.
Ecco ad esempio come considera Mahler: “Credimi, Mahler non è un artista serio. La sua musica non ha alcuna personalità né genialità… A ogni passo cade in un luogo non comune ma triviale” (lettera al cognato Enrico Polo). Oppure, ecco una sferzante accusa a Petrassi: “Sere fa udii alla radio della musica di Petrassi… Gran brutto scherzo! Quella sì è gente da confinare.
E Molinari è entusiasta di quel giovane rammollito!” In realtà, come potei constatare infinite volte, frequentando la casa di via Durini, non mi accadde mai di incontrarvi – oltre ai famigliari e ad alcuni intimi amici (la Anita Colombo, segretaria della Scala, Fosca Leonardi, figliastra di Puccini, e la figlia Biki, la famosa “sarta”; i cognati Polo, la bellissima – allora giovanissima – Maly Da Zara), qualche esponente delle nuove leve artistiche, sia musicali che letterarie o pittoriche. In altre parole, incuriosisce il fatto che Toscanini avesse escluso ogni rapporto con gli indirizzi culturali che si discostassero dalle sue “preferenze”.
Ricordo d’aver avuto l’impudenza, un giorno, di chiedergli perché non lo interessassero Schönberg e Webern; e credo che da allora la sua stima per me scemasse alquanto. Ma sarebbe davvero meschino giudicare Toscanini sulla base di certe sue incomprensioni; la profondità della sua sensibilità artistica, evidente in tutte le sue straordinarie interpretazioni – dal Falstaff di Verdi a La mer di Debussy, dai Maestri cantori di Wagner, alla Salomè di Strauss – si accompagnava con un calore e una disponibilità verso il prossimo difficile, se non ormai impossibile, da riscontrare.

Bompiani Editore
pp. 318
€. 15

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Tempo Zero, Reverie, mostra Alessandro Verdi, Fondazione Mudima, Milano

Reverie Performance 23-24-25 maggio 2017, ore 11-13 e 15-19


Nell’ambito della mostra di Alessandro Verdi, CYAN in corso alla Fondazione Mudima di Milano, la giovane artista Reverie interverrà con una performance di introspezione poetica di dedica ad Alessandro Verdi, ponendo in dialogo le sue opere  con il pubblico.

La Fondazione Mudima presenta i più recenti lavori dell’artista bergamasco Alessandro Verdi, molti dei quali realizzati appositamente per gli spazi della fondazione. La mostra fa seguito a quelle del 2001 e del 2012, oltre alla personale organizzata nell’ambito dell’Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, che ha avuto luogo nel 2009 con la cura di Achille Bonito Oliva, e si svolge in contemporanea con la mostra dell’artista presso il MACRO Testaccio a Roma.
Sempre di più la pittura di Alessandro Verdi si manifesta in opere che dialogano con l’architettura dello spazio in un suggestivo dialogo tra pieno e vuoto, bidimensionalità e volume, qui principalmente giocate sul colore cyan. Le carte sembrano estendersi in lunghezza e in altezza verso una relazione con l’ambiente, uno scambio che non avviene solo con il segno ed il colore, ma anche con le grandi pause bianche nei fogli.
La pittura di Alessandro Verdi si appoggia a una superficie cartacea che spesso prende le sembianze di una pelle, mutando tonalità e consistenza col passare del tempo. Così la sua pittura è organicamente viva, trattiene le tracce del passato ed è proiettata verso il futuro. Le sue figure possiedono riferimenti organici alla fisiologia dei corpi e alla fluidità della vita naturale, galleggiando liberamente nella purezza degli sfondi bianchi. Esse raccontano del ciclo naturale di estinzione e rinascita, della polarità di Amore e Morte.
Il suo tratto è spontaneo, sensuale e raffinato, memore della tradizione calligrafica giapponese, ma mostra al contempo un’energia incontaminata e talvolta brutale, una sensualità sfrenata, quella tensione interna che è divenuta tipica della sua arte. Il colore e la sua consistenza, dagli sfumati fino alle masse di materia pittorica, evocano tale tensione.

Come ha scritto Achille Bonito Oliva: “La ricerca di Verdi è volta a rinvenire e fissare tracce di esistenza allo stato puro, senza le superfetazioni imposte dalla società, al di là di ogni credo o differenza geografica, irradiando all’intorno una fertilissima incertezza che lo previene dalle interpretazioni e dalle posizioni manichee e fa defluire attraverso le metafore del linguaggio la sua incandescente carica eversiva. Qui la vita è in collisione tra spazio e tempo, Eros e Thanatos, e in questo scontro e contrazione l’uomo ritrova la somma intensa delle sue emozioni”.

Nell’ambito della mostra, la giovane artista Reverie interverrà con una performance d’introspezione poetica dedicata ad Alessandro Verdi, il 23, 24 e 25 maggio nell’orario di apertura della mostra (ore 11-13 e 15-19).

La sua pittura che per certi versi rimanda alla ricerca calligrafica giapponese, manifesta la sua forza nella costruzione di un alfabeto primordiale, pieno di fascinazioni. Come fosse un canto il segno si fonde al colore, in una danza di segni che si spostano nello spazio, sovvertendo le abituali strutture e proiettandosene al di fuori. Quando la poesia  esprime la bellezza dona anche pace. Tre piani della Fondazione in un action-painting continuato che ci racconta le sue emozioni come fosse un diario, emozioni anche tragiche nel susseguirsi dei rossi e dei neri, sospese. A tratti i segni si presentano sulle grandi tele bianche fluttuanti come fossero Ukiyo-e. Da vedere.

Alessandro Verdi è nato a Bergamo nel 1960.
Di lui hanno scritto e si sono occupati critici d’arte e curatori internazionali come, tra gli altri, Giovanni Testori, Achille Bonito Oliva, Lorand Hegyi, Philippe Daverio, Maurizio Calvesi, Frederik Foert.

Dal 4 maggio al 4 giugno 2017
Orari: lunedì – venerdì 11.00 – 13.00/15.00 – 19.00
Ingresso: libero
Catalogo: Fondazione Mudima Edizioni

FONDAZIONE MUDIMA
Via Tadino 26
20124 Milano
Tel. 02.29409633  – info@mudima.net – www.mudima.net

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Garibaldo Marussi (Fiume, 5/09/1909 – Trieste, 3/08/1973)

Garibaldo (Garibaldi Marussich) Marussi (Fiume, 5 settembre 1909 – Trieste, 3 agosto 1973), pseudonimi: Carlo Delfino e Il Duchino. Nato a Fiume il 5 settembre 1909, giornalista, scrittore, letterato, poeta, critico d’arte, traduttore, editore, era figlio di Giovanni (Nino) Marussi, scultore, irredentista, “indomito fiumano” per Gabriele D’Annunzio, insegnante di scultura in seguito all’Accademia di Brera di Milano.

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