Franco Vaccari e Antonio Dias, Fondazione Marconi, Milano

 Verso la fine degli anni Sessanta mi ero accorto che quello che andavo facendo non rientrava in nessuna delle categorie d’arte in uso in quel periodo: installazioni, happening, environment, performance. I termini che identificano un lavoro sono estremamente importanti perché, fra l’altro, mettono in evidenza la coscienza che ha l’artista di quello che fa.
Franco Vaccari, 2010


Franco Vaccari: Una collezione
22 febbraio – 14 aprile 2017

Divenuto famoso dopo la sua partecipazione alla Biennale di Venezia del 1972, dedicata al tema “Opera o comportamento”, con l’installazione Lascia su queste pareti una traccia del tuo passaggio, Franco Vaccari inizia la sua collaborazione con lo Studio Marconi nel 1977.
Ideatore della formula estetica denominata “Esposizioni in tempo reale”, l’artista modenese porta avanti una ricerca estremamente originale, confermandosi precursore di un filone unico e suggestivo della storia dell’arte contemporanea. Il suo lavoro può essere collocato nell’ambito del “realismo concettuale”, caratterizzato da operazioni in cui la nozione tradizionale di opera d’arte appare del tutto superata, come lo è anche il rapporto che si stabilisce tra essa e il pubblico.

“La differenza fra gli happening, le performance e le ‘esposizioni in tempo reale’ è una differenza di struttura. Mentre infatti le prime si sviluppano linearmente e nelle varie fasi ubbidiscono a precisi programmi predeterminati, le esposizioni in tempo reale hanno come elemento caratterizzante la possibilità di retroazione e cioè del feed-back.” Franco Vaccari, 1978

Le opere di Franco Vaccari infatti non sono mai un fatto chiuso, ma in divenire, un work in progress in continua trasformazione, aperto a imprevisti e casualità.
In più, molti dei suoi lavori prevedono il coinvolgimento diretto dello spettatore cui viene richiesto di partecipare alla realizzazione dell’opera così che l’artista, da unico e originale autore, si trasforma in colui che innesca un evento senza necessariamente controllarne l’esito.
Con ‘Esposizione in tempo reale’ Vaccari intende sottolineare la necessità di generare un lavoro dalla contingenza del momento, relazionandosi in presa diretta con il luogo, il pubblico, l’identità del contesto”, scrive Luca Panaro nel testo pubblicato nel catalogo della mostra, e aggiunge: “Oggi sappiamo quanto il termine ‘tempo reale’ faccia parte della nostra vita, in collegamento ventiquattro ore su ventiquattro con l’informazione, sul web oppure in televisione, dove addirittura esiste un canale tematico, ‘Real Time’ appunto, dove seguire quello che accade all’interno di una sala parto o nell’abitazione di qualche personaggio famoso.
In tal senso Vaccari è un vero pioniere per quanto attiene al contemporaneo utilizzo dei media, in modo particolare della fotografia, comune denominatore di molti suoi lavori.
Talvolta l’autore la usa come utile strumento di documentazione della realtà, come avviene per i suoi “viaggi minimi”, all’interno di un albergo diurno di Milano (Viaggio per un trattamento completo all’albergo diurno Cobianchi, 1971), durante i 700 km che collegano le città di Modena e Graz (700 km di esposizione, 1972), in una crociera turistica sul Reno (Viaggio sul Reno, 1974) o in un breve tragitto attraverso un paesaggio anonimo, documentato con l’acquisto di una cartolina, la realizzazione di una Polaroid e la spedizione per posta al museo dove si terrà la mostra, in Omaggio all’Ariosto (1974).
Talaltra, Vaccari cede il potere autoriale nelle mani dello spettatore, come nel caso dell’Esposizione in tempo reale n. 4, richiedendo il suo coinvolgimento attivo, di interpretazione e completamento dell’opera. I visitatori in questo caso si trovarono di fronte una cabina automatica per fotografie (Photomatic) in cui potevano farsi immortalare in quattro fototessere che, poi, dovevano appendere sulla parete.
L’artista fa un passo indietro, lasciando ai visitatori l’onere di dar vita all’opera in modo casuale e imprevedibile; essa prende forma “in tempo reale” e si sviluppa nell’ambiente in relazione al modo in cui il pubblico la recepisce, l’esperienza estetica di ciascuno contribuisce a determinarne forma e significato.

Una delle differenze fondamentali fra un quadro e una fotografia è che in quest’ultima ci sono informazioni involontarie, informazioni parassite, nicchie di mistero dove il rapporto fra gli elementi è in gran parte ignoto… è per questa ragione che si può parlare di ‘inconscio tecnologico’.”                                                
Franco Vaccari, 1979

Il concetto di “occultamento dell’autore” insieme a quello di “inconscio tecnologico” è ancor oggi uno dei leitmotiv della ricerca artistica di Franco Vaccari. Entrambi i temi hanno a che vedere con la ridefinizione dell’identità dell’arte e del ruolo dell’autore, nonché con la valorizzazione dell’autonomia creativa della macchina capace di cogliere “un inconscio collettivo”.
Le opere della collezione Marconi permettono di compiere un ampio excursus sulla produzione artistica di Franco Vaccari, dalle prime sperimentazioni di Visuelle Poesie (1966), al Viaggio per un trattamento completo all’albergo diurno Cobianchi (1971), fino alle Photostrip dalla Biennale di Gwangju (Corea, 2010), passando attraverso alcune delle molte “Esposizioni in tempo reale”.
Il testo di Luca Panaro nel catalogo che accompagna la mostra edito da Skira ben illustra le opere esposte. Pone l’accento sul processo di partecipazione e riflessione critica sui media che l’artista sollecita da sempre nel suo pubblico, evidenziando la sorprendente attualità del suo agire artistico.

Vaccari mette lo spettatore al centro, non lo giudica, lo rende libero di agire, gli concede il tanto agognato momento di celebrità, al punto da poter lasciare l’immagine del proprio volto affissa sulle pareti della più importante manifestazione artistica del tempo. Non così diverso da quanto noi oggi andiamo cercando sui social media.
Luca Panaro, Franco Vaccari. Una collezione, 2017

Franco Vaccari nasce a Modena nel 1936; dopo gli studi ad indirizzo scientifico si laurea in Fisica. Esordisce in campo artistico come poeta visivo con le prime opere Pop esie (1965), Entropico e Le tracce (1966), particolarmente significativo per l’uso che in esso l’artista fa della fotografia per presentare i graffiti come poesia anonima, poesia trovata.
Il tema della traccia e l’impiego del mezzo fotografico sono due costanti che attraversano tutto il suo lavoro. Sin dall’inizio Vaccari non usa la fotografia per produrre immagini mimetiche, analogiche, ma come impronta di una presenza, segnale, traccia fisica, appunto, di un esserci: un’impronta che ricava il proprio senso dal rapporto esistenziale, spesso opaco, che l’unisce a ciò che l’ha provocata.
La sua prima personale è ospitata alla Galleria dell’Elefante di Venezia nel 1966.
Emblematica rimane la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1972 con l’Esposizione in tempo reale n. 4 – Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio.
Nel 1977 inizia la collaborazione con lo Studio Marconi, dove espone poi nel 1979, 1984 e 2011.
La collocazione del suo lavoro artistico risulta tangente a diverse aree, ma quella che, forse, ne esprime meglio il senso potrebbe essere definita “realismo concettuale”.
Gli viene riconosciuta la paternità del concetto di “Esposizione in tempo reale” da lui esplorato a partire dal 1969 sia da un punto di vista teorico che operativo.
Franco Vaccari ha sempre accompagnato l’attività artistica con la riflessione teorica pubblicando, fra l’altro, Duchamp e l’occultamento del lavoro (1978) e Fotografia e inconscio tecnologico (1979), considerati contributi critici fondamentali della riflessione fotografica contemporanea.
Nel 2010 pubblica Duchamp messo a nudo – Dai ready-made alla finanza creativa.
Ha tenuto corsi all’Ecole Supérieure des Arts Décoratifs di Strasburgo e, dal 2004 al 2014, alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano.
Oltre a quella del 1972, ha partecipato alle Biennali di Venezia del 1980 e nel 1993, sempre con sale personali.
Nel 1984, il Museum Moderner Kunst di Vienna gli dedica una mostra antologica. Nel 1999 partecipa alla mostra Minimalia al PS1 di New York. Nel 2003 viene invitato per i suoi video al Festival del Cinema di Locarno. Nel 2007 lo Spazio Oberdan di Milano gli dedica la retrospettiva Franco Vaccari, Col Tempo; nel 2008 è a Lugano al Museo Cantonale d’Arte. Nel 2010 partecipa con una sala personale alla Biennale di Gwanju (Corea) e alla mostra Strange Comfort alla Kunsthalle di Basilea; ha poi una personale alla galleria Emilio Mazzoli di Modena e alla Galleria Michela Rizzo di Venezia. Nel 2011 espone alla Fondazione Marconi con la mostra Meta-critic Art.
A tutt’oggi ha realizzato 45 esposizioni in tempo reale, numerosi video e 28 libri d’artista.
Vive e lavora a Modena.


Durata della mostra: 22 febbraio – 14 aprile 2017
Orario: martedì – sabato 10-13, 15-19
Ingresso: gratuito
Ufficio stampa: Cristina Pariset – tel. 02 4812584 – fax 02 4812486 – cell. 348 5109589 – cristina.pariset@libero.it


Antonio Dias: Una collezione
22 febbraio – 14 aprile 2017

I quadri di Dias sono volutamente spogli e rigorosi: spesso si presentano come sequenze o iterazioni di un discorso, in quanto ripetono gli stessi elementi grafici, con pochissime variazioni. Sono da afferrare come tracce di una progressione interiore aperta su varie situazioni collettive del momento storico che attraversiamo.
Gualtiero Schönenberger, (Antonio Dias. Una collezione 1968 – 1976 , Studio Marconi, 1995)

Oggi riconosciuto come uno dei principali artisti contemporanei del Brasile, Antonio Dias presenta la sua prima mostra allo Studio Marconi nel 1969, Anywhere is my land. A questa ne seguiranno altre, nel 1971 e nel 1987 fino ad arrivare al 1995, anno a cui risale l’ultima esposizione dell’artista brasiliano da Giorgio Marconi in cui vengono presentate le opere oggetto dell’attuale mostra.
Nato nel Nord est del Brasile, Dias, di indole ironica e brillante, talvolta pungente e provocatoria, partecipa a diversi gruppi d’avanguardia prima di raggiungere l’Europa. In aperto contrasto con la dittatura militare stabilitasi nel suo paese, si trasferisce dapprima in Francia dove rimane fino al 1968, grazie al Premio di Pittura della Biennale di Parigi del 1965, per poi eleggere Milano a sua città d’adozione. In questi anni entra in contatto con la scena artistica internazionale e, in particolare nel capoluogo lombardo, con la cerchia di artisti che gravitano intorno al movimento dell’arte povera, tra cui figurano Luciano Fabro, Giulio Paolini, Gilberto Zorio.
La sua sarà sempre un’arte di rottura che affronterà temi diversi e lo porterà a realizzare opere concettuali sostanzialmente impossibili da etichettare, con una grande varietà di tecniche, subendo l’influenza di diversi movimenti artistici, tra cui la pop art e il minimalismo.
Il nucleo di opere della collezione Marconi presentate in questa mostra copre un arco temporale che va dal 1968 al 1972 e offre uno spaccato molto coerente e preciso sulla ricerca artistica del giovane Dias, la cui cifra stilistica è quella di utilizzare un codice pittorico-grafico estremamente ridotto e di indagare sulla natura dei segni, delle categorie dell’immaginazione e sull’andamento difforme e discontinuo delle dinamiche percettive dell’opera, da parte tanto del suo esecutore quanto dei suoi fruitori finali.
Le opere in mostra sono caratterizzate da una pittura grafica, geometrica, in bianco e nero, intesa a ridurre al minimo gli elementi. Dias elabora un nuovo linguaggio concettuale di non facile comprensione, in parte compensato dall’immediatezza di comunicazione delle parole, qui usate secondo il procedimento di Magritte: “in un quadro, le parole sono della stessa sostanza delle immagini.
In realtà, la parola non ha alcun valore denotativo dell’immagine, al contrario si disperde, dissolvendo i significati. Anche i titoli attribuiti alle opere sono considerati al pari di particelle, nessuna rappresenta se stessa. E se in un primo tempo lo spettatore è indotto a credere in un intimo specifico significato, presto si accorge che l’insieme delle parole portano invece a una sorprendente rivelazione: sono tutte false.
Come nei giochi linguistici del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, dove le parole non funzionano come rigide etichette che denotano degli oggetti, poiché questa è solo una delle tante funzioni del linguaggio, uno degli infiniti giochi linguistici possibili, all’artista non interessa l’origine semantica dei quadri e non esiste un unico testo per la verità visiva. Pittura e parole distribuite sulla tela sono nonimmagini, particelle prive di forma.
Let it absorb, Chinese Monument, Environment for the prisoner, The incomplete biography, Do it yourself, desert (stone) sono solo alcuni dei titoli delle opere in mostra, espressioni tra l’enigmatico e l’insignificante, un ready-made tratto dal gergo pubblicitario o da slogan politici, in cui l’associazione parole-immagini è sconnessa e sconcertante.
Eppure esiste un filo conduttore al discorso poetico di Dias, un possibile valore aggiunto in grado di orientare il nostro sguardo. In particolare nella serie The tripper (il viaggiante) è lo stesso artista a spiegarlo, dicendo che l’idea di queste opere risale al 1968, quando ha l’intuizione di sfruttare un’idea preconcetta del pubblico riguardante la sua pittura. Ha infatti notato che ogni qual volta presenta quadri su fondo nero con dei puntini bianchi, l’unica immagine che i visitatori vedono è quella di un cielo stellato.
Colpito dal bisogno che ognuno di noi ha di vedere immagini diverse da quelle proposte, Dias decide dunque di studiare la dinamica mentale che fa scattare in chi guarda il meccanismo delle analogie visive.
Ecco allora che, dopo aver dipinto con la vernice bianca un’infinità di puntini su fondo nero, si mette a tracciare un itinerario, collegando alcuni di essi con una riga bianca. È una sorta di viaggio il suo, al quale qualcun altro darà tutt’altra connotazione e da un’immagine unica ottiene un’immagine variabile, un campo aperto a molteplici interpretazioni e significati.

…far scattare nello spettatore il meccanismo delle analogie visive, delle proiezioni interiori, oppure il suo raziocinio analitico: questo il movimento continuo, mentale, che mi interessa. Qui non conta il perché della mia scelta, il viaggiante non sono io.
Antonio Dias, 1995

Antonio Dias nasce nel 1944 a Campina Grande nel Nord est del Brasile. Si trasferisce a Rio de Janeiro e inizia a lavorare come grafico e illustratore mentre segue le lezioni di Oswaldo Goeldi alla Scuola Nazionale di Belle Arti. Nel 1964 tiene una personale alla Galeria Relevo di Rio de Janeiro con presentazione di Pierre Restany, e inizia a esporre anche in Francia grazie al Premio della Biennale di Parigi del 1965, soggiorna a Parigi e alla fine del 1968 si stabilisce a Milano, dove inizia la sua collaborazione con lo Studio Marconi. Nel 1971 è l’unico artista sudamericano invitato alla sesta rassegna internazionale del Guggenheim Museum di New York, e trascorre l’anno seguente negli Stati Uniti con una borsa di studi della Guggenheim Foundation. Attento indagatore della funzione dell’arte come sistema linguistico e comunicativo e dei suoi rapporti con l’industria culturale globale, sperimenta diversi strumenti espressivi (pittura, video, fotografia, installazioni e libri d’artista) attuando anche una ricerca sulla sonorità, da cui nasce Record: The Space Between. Nel 1977 compie un viaggio in India e in Nepal, un’esperienza da cui nascono le opere su carta fatta a mano con colori di origine naturale. Tra il 1978 e il 1981 è di nuovo in Brasile, presso la Universidade Federal da Paraíba dove fonda il Nucleo de Arte Contemporanea, un organismo finalizzato alla promozione delle ricerche più attuali. Nei primi anni Ottanta riprende la sua attivitá nell’atelier di Milano. Nel 1984 Helmut Friedel cura una grande retrospettiva alla Städtische Galerie im Lenbachhaus di Monaco e Kynaston McShine lo invita a un’ampia rassegna internazionale al Museum of Modern Art di New York. Nel 1988 espone alla Deutsche Akademische Ausstauschdienst DAAD, si trasferisce poi a Colonia dove rimarrrà per vent’anni. I musei Mathildenhöhe, Darmstadt, e la Fundação Gulbenkian, Lisbona presentano grandi mostre con opere a partire dal ’68. Prosegue intanto la sua collaborazione con Giorgio Marconi, che ospita una sua personale nel 1995; nel 1998 partecipa alla Biennale di São Paulo e negli anni seguenti prosegue la sua intensa attività espositiva presso gallerie e musei internazionali, tra cui figurano: Walker Art Center, Minneapolis; Museo de Arte Contemporanea, Niterói; Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid; Museu de Arte Moderna, Saõ Paulo; Museu de Arte Moderna, Rio de Janeiro; Los Angeles County Museum of Art. Tra le più recenti esposizioni segnaliamo: Anywhere Is My Land, Daros Collections, Zurigo (2009) e Pinacoteca do Estado de São Paulo (2010); The World Goes Pop, Tate Modern, Londra; Transmissions: Art in Eastern Europe and Latin America 1960-1980, Museum of Modern Art, New York (2015-2016); International Pop, Philadelphia Museum of Art (2016).


Durata della mostra: 22 febbraio – 14 aprile 2017
Orario: martedì – sabato 10-13, 15-19
Ingresso: gratuito
Ufficio stampa: Cristina Pariset – tel. 02 4812584 – fax 02 4812486 – cell. 348 5109589 – cristina.pariset@libero.it

Fondazione Marconi Arte moderna e contemporanea
Via Tadino 15
20124 Milano
Tel. 02 29 41 92 32 – Fax 02 29 41 72 78 – info@fondazionemarconi.org – www.fondazionemarconi.org

 

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